Rifiuti e ri-educazione ambientale

In questi giorni di grande emergenza rifiuti in territori ancora lontani anni luce da pratiche ormai improrogabili di gestione intelligente dei materiali di scarto, continuo a riflettere su quale leva usare in modo efficace per ri-educare il cittadino quotidianamente programmato dai media per alimentare il bisogno di consumo.
Le tasche sempre più vuote sono una leva valida, senz’altro, sebbene gli ormai frequenti messaggi pro-risparmio energetico puntino ancora un po’ troppo verso i benefici diretti sulla salvaguardia dell’ambiente e molto meno, a mio parere, su quelli indiretti legati al bilancio familiare.
La crescita dei prezzi dei beni di prima necessità come pane, pasta e latte potrebbe essere sfruttata proficuamente a questo scopo.
Il latte ad esempio. Oggi, di ritorno dal lavoro, mi sono fermato in una piccola salumeria del quartiere per comprare il latte fresco. I soliti due litri, uno intero, l’altro parzialmente scremato. Da parecchio tempo cerco di evitare di farmi irretire dalle raccolte punti di alcuni marchi nazionali e di privilegiare le produzioni locali. Ho messo sul bancone due bottiglie in PET di un prodotto regionale e ho chiesto a Gaetano, il salumiere, di farmi il conto. “Tre euro esatti”, mi ha detto, “è l’unica marca che non ha aumentato i prezzi. Quegli altri in un anno hanno aumentato tre volte!”.
“Dobbiamo premiare le produzioni locali”, ho detto io, e lui ha chiosato “chissà che finalmente la gente capisca che bisogna dare i soldi alle aziende del territorio!”. In quel momento ho pensato a tante cose.
Ho pensato a come il cittadino fornitore al dettaglio possa fare squadra con il cittadino consumatore per privilegiare il consumo di prodotti locali, incentivando le filiere corte, specie quando questi prodotti sono più a buon mercato, magari anche sfruttando strumentalmente un sano campanilismo.
Ho pensato come la stessa squadra possa privilegiare quei prodotti che minimizzano l’impatto sul nostro ambiente dei materiali di scarto, scegliendo ad esempio, per il latte, le aziende che non usano contenitori in materiali poli-accoppiati, difficili se non impossibili da smaltire in maniera differenziata.
Ho pensato come i fornitori al dettaglio possano educare i cittadini a ridurre i prodotti di scarto, non vendendo imballi per prodotti alimentari che devono essere consumati nel giro di poche ore.
Ho pensato anche come non sia ancora entrato nel flusso della comunicazione di massa di stampo ambientalista un messaggio più aggressivo che leghi il risparmio energetico a tanti gesti quotidiani, come la minore produzione di materiale di scarto, e non solo a quelli che guardano alla bolletta dell’energia elettrica, cercando di educare il cittadino ad un miglior utilizzo delle risorse.
Ma siamo lontani.

Il cittadino si sta facendo più ambientalista; non vuole gli inceneritori, o termovalorizzatori che dir si voglia, perché ne teme l’impatto, ma non ha ancora compreso come possa incidere pesantemente sulla riduzione della massa di rifiuti da smaltire modificando gradatamente i suoi comportamenti quotidiani. La comunicazione istituzionale ancora non è in grado di veicolare un messaggio di questo tipo perché potrebbe essere dirompente per un sistema basato sui consumi e sulla differenziazione dei beni attraverso componenti esogene come gli imballaggi. Su questo tema molto deve fare una ostinata e capillare comunicazione dal basso.

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