Il futuro di Vendola e della Sinistra barese

Niki Vendola ha convocato lo scorso Venerdì un confronto cittadino sulla sua idea di Sinistra. “IN ALTO A SINISTRA” è più di uno slogan, più di un gioco di parole, e racchiude in sè la volonta di creare un soggetto aggregante che sappia leggere le novità e i mutamenti del Paese. Vendola è un grande affabulatore, e molti lo considerano tale. Mi chiedo se il suo messaggio sia oggi calzante, appropriato e soprattutto mirato.

Parliamo di saper coinvolgere, di saper parlare, di saper “interessare” cittadini che purtroppo sono oggi, ancor prima che questo, telespettatori e consumatori.
Parliamo di saper trovare argomenti che accomunino “trasversalmente” gente che ha diverse estrazioni culturali, che mi sembrano mediamente sempre più basse.
Parliamo di saper trovare argomenti “accattivanti” per chi ha come modello la cultura televisiva e tra questi non vi sono solo adolescenti e giovani future classi dirigenti.
Parliamo di riuscire a convincere che è possibile un modello alternativo di economia, di amministrazione della cosa pubblica, di gestione del quotidiano.

Parliamo soprattutto di questo. Di comunicazione, ma non di quella propagandistica, televisiva, urlata a scopo elettorale, ma di quella quotidiana, di quella che può interessare la gente al bar.
Per questo tipo di comunicazione, Vendola, che quando ascolto mi ammalia e mi seduce, è semplicemente inadatto. E non per sua colpa o per sua impreparazione politica e culturale, che restano e saranno sempre massime, specie a guardare la diffusa improvvisazione che incontriamo spesso sia negli amministratori che negli strateghi, ma per inadeguatezza di chi dovrebbe ascoltarlo. Il suo messaggio è semplicemente non centrato sul target che dovrebbe interessare. Questo soprattutto perché in Italia non ci sarà mai un Barak Obama perché la maggioranza degli italiani non è come quella maggioranza degli americani che è mossa, commossa (“to move” dicono gli americani) dai discorsi ben studiati di un leader.

Leggevo ieri il fondo di Giuseppe Detomaso sulla Gazzetta che, per altri motivi e con altri obiettivi, ricordava la discrasia tra il bisogno di conquistare il potere e quello di sedurre la società civile, e la necessaria indicazione di priorità verso l’uno o l’altro a seconda del momento storico, delle ideologie, del contesto sociale. Detomaso ricorda come per Gramsci “solo l’egemonia (innanzititto culturale) nella società civile poteva spianare la strada alla conquista del Potere politico, facilitandone la successiva gestione di governo”. Poi, in coda al suo intervento, egli sottolineava: “All’attuale presidente del Consiglio è riuscito ciò che non era riuscito a qualche suo ambizioso predecessore: cambiare gli italiani, non tutti si capisce, ma molti. […] L’operazione non sarebbe stata possibile se Silvio non avesse conquistato la società civile attraverso la penetrazione televisiva, una sorta di gramscismo mediatico lanciato verso una nuova egemonia culturale.”

I molti di cui parla Detomaso sono cinici, individualisti, appiattiti teleconsumatori che hanno sostituito la società civile con altro, un altro in cui qualunque interesse di breve ha schiacciato il lungo respiro, in cui il bene di tutti non coincide mai, proprio perché di tutti, con il proprio.

Io credo fermamente che per scardinare un sistema culturale che ha l’obiettivo di abbrutire le coscienze e le menti, per scalare una parete del VII grado come quella cui ci troviamo di fronte, occorra scendere non di un livello, ma di due o tre. Abbandonando retorica – del linguaggio, dei modi e delle convenzioni – e strumenti tradizionali – di comunicazione, di aggregazione, di condivisione.
Credo fermamente che rivoluzioni culturali si possano fare solo attraverso la concretezza delle azioni di governo, l’evidenza dei benefici immediati, il coraggio di atti impopolari di cui si possa e si sappia comunicare l’impatto, senza fermarsi ad operazioni di facciata.

Quanto sta avvenendo attorno al lavoro dell’assessore De Caro è a mio parere emblematico. Abbiamo registrato non soltanto la strenua opposizione di coloro che da sempre hanno ostacolato la crescita civile della città di Bari come una grande metropoli moderna, ma anche la protesta della gente di strada a cui per la prima volta si è chiesto, ad esempio, di attraversare la strada sulle strisce pedonali e non dove capita.
Giorno dopo giorno invece ci si sta abituando. Il comportamento virtuoso comincia a prendere piede. La gente comincia ad assuefarsi all’idea che quello che non c’era prima non era normale che non ci fosse.
Il centro più vivibile comincia ad essere apprezzato (sempre la Gazzetta di ieri pubblica la lettera di un lettore che dice, senza mezzi termini, De Caro santo subito) e se il periodo natalizio che si avvicina reggerà all’urto attraverso un livello di servizio che dovrà essere inattaccabile (anche se ho paura che il trasporto pubblico sarà come sempre la buccia di banana su cui anche De Caro rischierà di scivolare), questo sarà un risultato che difficilmente si potrà disconoscere e produrrà un beneficio al quale i baresi non potranno rinunciare. Niente più di quanto è già normale in tante città d’Italia, per non parlare di quelle Europee.
Sempre per restare in tema trasporto pubblico, una azione forte, a livello regionale, che vada nella direzione del coordinamento e della integrazione tra i vettori di trasporto di persone potrebbe realmente portare ad una rivoluzione culturale inedita per la città di Bari. Anche qui proclami o azioni incomplete servono a poco, così come serve a poco un parcheggio di scambio periferico non adeguatamente supportato dal trasporto pubblico nelle ore cruciali per i “commuter”, i pendolari che invadono la città con un auto per lavoratore, o un servizio di noleggio bici che non sia presente in tutti i luoghi nevralgici di afflusso o, soprattutto, presso i parcheggi di scambio. Tanti miei colleghi che vengono dalla provincia, appena assunti, provano ad usare il trasporto pubblico per venire in ufficio. E’ una prova che dura pochi giorni. Arrivano a Bari con il treno o con gli autobus extra-urbani e poi… il nulla. Frequenza delle corse urbane improponibile per un lavoratore; collegamenti insufficienti e a volte inspiegabilmente penalizzati. La settimana successiva vengono tutti con la macchina, una per ciascuno.
Ma sono solo pochi esempi in un settore cui presto maggiore attenzione per le mie convinzioni e i miei interessi di ambientalista, visto che l’ambiente è uno dei temi che viene indicato come obiettivo primario di un progetto della nuova sinistra.

A me sembra che oggi manchi proprio questo. Una proposta di un modello di società che si sia capaci di esprimere per titoli, e sia accompagnato da azioni concrete, il cui beneficio possa essere percepito immediatamente. Manca la capacità di parlare con concretezza alla gente del bar, cercando di mostrare che è possibile una società diversa. Alla gente che prende il caffè la mattina, e non ai giovani, che sono ancora idealisti, sebbene con ideali che possono essere anche molto distanti tra loro; non ai giovani ma soprattutto ai trentenni, ai quarantenni che si professano non berlusconiani e che un lavoro, spesso autonomo, già ce l’hanno, e ritengono la loro situazione acquisita di privilegio sociale, qualcosa da salvaguardare con strenuo individualismo, nella cecità che l’interesse comune possa minare la loro libertà di possedere. Questa classe di cittadini temo non sarà mai “toccata” dall’alterezza di un discorso programmatico che manchi di quelle componenti pragmatiche che ormai sono le uniche a poter muovere i numeri di un elettorato.

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