Il massacro

Penelope, Michael, Nancy e Alan sono amici miei. Oddio, non è che li conosca di persona, ma le loro espressioni, i loro gesti, le loro fisime, i loro paradossi li ho visti già un mucchio di volte. Li ho visti in quelli di tanti amici e conoscenti, nei loro salotti aggiustati, nelle loro case borghesi. Quello che forse ancora non ho visto dei personaggi di Carnage è il massacro emozionale che sono capaci di perpetrare. E mi sono chiesto: è solo perché quello è un salotto della borghesia radical chic di New York o è che ancora non ho vissuto abbastanza? Perché sebbene provocato dall’alcol, e dalla combinazione esplosiva di parole affilate ed eventi inattesi, quello che si scatena in quel salotto non è altro che la lettura ad alta voce che potrei fare di pensieri che intravedo quotidianamente, di situazioni a cui assisto o che mi vengono riferite. Quanto siamo lontani da quella realtà? Io credo davvero poco. Solo che, a differenza di quei quattro lì, abbiamo meno coraggio, e i nostri silos emozionali li viviamo in silenzio, camuffando il nostro egoismo ora da civile convivenza, ora persino da amicizia, mettendo il bavaglio a quello che vorremmo invece rendere palese, senza tante inutili sovrastrutture. Il teatro lo facciamo anche noi, perché vivere la comunità, in una società che ha assunto valori che non si fondano sulla comunità, è necessariamente teatro, e lo è nella vita pubblica e in quella privata. E’ amaro, difficile da credersi, ma l’iperbole di Carnage è esasperata solo nei modi, non nella sostanza. E la carneficina la facciamo tutti noi, tracciando un solco profondo, che solo raramente viene colmato. Per farlo ci vogliono persone speciali, di quelle che ormai si trovano solo per caso, e il più delle volte non ci appartengono. Come le cose rarissime e preziose.

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