…e chiacchiere non ce ne vogliono

Allacciate le cinture

Kasia Smutniak e Francesco Arca in “Allacciate le cinture” di Ferzan Özpetek

C’è un momento, nel film di Ferzan Özpetek “Allacciate le cinture”, in cui Francesco Arca, fermatosi dinanzi alla tormenta che la vita lo ha improvvisamente costretto ad affrontare, lui che sino ad allora si è beato a volare, farfallone, da un fiore all’altro, badando ad alimentare il suo muscolare ego per nascondere le sue debolezze ed insicurezze, confessa alla moglie il peso del dubbio che lei potesse averlo sempre giudicato non alla sua altezza, inferiore per modi, cultura, carattere. E Kasia Smutniak, sconvolta da quella tormenta che l’ha portata a guardare alla vita con altri occhi, gli risponde, con grande lucidità e fermezza, io ti amo, nessuno sa più di me come tu sia, e io ti amo per quello che sei, con le tue debolezze, e tutti i tuoi difetti.
Questa è la scena forse più intensa e significativa di questo film, che merita di essere visto più per la bravura della protagonista che per l’efficacia del plot e della sceneggiatura.
Ho pensato a questa scena molte volte in questi giorni davanti ai mille giochi di oroscopi e profili personali legati agli alberi, a segni cinesi, o ad esoteriche tradizioni di terre lontane. Spesso leggiamo e ci riconosciamo, ci specchiamo in quei profili che vengono fuori dai test o dalle classificazioni che ci vengono proposte. Esatto, diciamo: io sono proprio così. E lo diciamo compiaciuti anche se il profilo, comunque edulcorato per ragioni di opportunità, fotografa le caratteristiche meno onorevoli della nostra personalità, quelle che più di tutte avremmo voluto non avere, quelle che ci sforziamo quotidianamente di cambiare.
Eppure la vita ci insegna che le persone, i luoghi, le attività che scegliamo sono frutto di queste caratteristiche, alla ricerca di un incastro che faccia del nostro pezzo bitorzoluto e dal profilo irregolare la parte di un tutto in cui quel profilo finisca per confondersi quando inserito al suo posto nel complesso puzzle di relazioni che costruiamo. Bene, siamo così, e allora? Non è questo il punto. Siamo così e dobbiamo e vogliamo cercare la nostra collocazione scegliendo gli affetti, il lavoro, le compagnie che la nobilitino, che facciano del nostro bitorzoluto profilo un’opera d’arte, perché apprezzata, curata, amata da chi abbiamo scelto e da coloro che ci hanno scelti.
Per questo le parole che Kasia Smutniak pronuncia in quella scena di “Allacciate le cinture” hanno il senso profondo della chiave di lettura ultima del nostro stare al mondo. Come in quella canzone in cui Emilio Solfrizzi, nella sua splendida tuta di acetato, gridava la saggezza popolare: “Io ti amo… e chiacchiere non ce ne vogliono”

Il luogo della verità

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Ciascuno di noi aspira a raggiungere il proprio Nebraska. A volte accade solo in sogno, o attraverso il racconto di qualcuno. A volte per circostanze inattese, a volte dopo un piano dettagliato.
Il Nebraska è il luogo della verità, il luogo dove il nostro non detto, le nostre aspirazioni, la nostra personale realizzazione prende corpo. No, mi sbaglio, perché il Nebraska è un luogo immateriale e non possiamo dire che in quel luogo prenda corpo alcunché. In quel luogo remoto si concretizza solo uno stato mentale, di totale ed appagante pienezza, quello stato mentale in cui la conoscenza di se stessi sublima a discapito di tutti i compromessi che sino ad allora ha dovuto accettare.
Woody Grant arriverebbe in Nebraska anche a piedi pur di raggiungere il suo stato di sublimazione, pur di riscuotere il suo premio che sa bene essere molto più che il denaro che insegue. E nel suo viaggio per il Nebraska solleva tutti i veli che hanno coperto il suo vissuto, svelando i compromessi, i piccoli grandi segreti che hanno nascosto la sua esistenza interiore per renderla compatibile con l’involucro sociale che ha scelto e che lo ha portato sin lì. Pur di raggiungere il suo Nebraska Woody rinuncia a perpetrare il teatro e pian piano mette a nudo le sue debolezze di uomo alla fine del suo percorso, ma con dentro la voglia di affermazione di un puledro di razza alla prima competizione. Suo figlio David vive sorpresa dopo sorpresa la corsa all’oro di suo padre, scoprendo l’uomo dietro il personaggio, il bambino dietro l’adulto.
E nell’altalena tra le verità del passato e la ferma lucidità del suo presente, traghetta suo padre verso il paradiso della sua autodeterminazione, concedendogli la passerella simbolo della sua riscossa.
Riconosciamo molte cose della nostra vita nella storia di Woody e David. Le nostre lotte quotidiane e la loro inutilità di fronte ai significati più profondi dell’intero arco dell’esistenza, l’aridità dei nostri scambi e la potenza di una goccia d’acqua, di un piccolo gesto d’amore che vale una vita intera, la forza della menzogna e la sua fragilità di fronte alla disarmante evidenza della verità.
Molte cose della nostra vita si specchiano negli sterminati paesaggi algidamente rappresentati in bianco nero. È anche il nostro Nebraska: a guardar bene, il viaggio comincia dal di dentro, e forse, alla fine del film, un primo tratto l’abbiamo già percorso.

La paura dei buoni e dei cattivi

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Tanto si è detto sul nuovo film di Virzì, “Il capitale umano”. Si è detto del degrado dei costumi, del cinismo, della frase della Bruni Tedeschi davanti allo specchio, verso la fine del film. È facile anche analizzare i personaggi tagliando con l’accetta: i buoni e i cattivi. Ed è altrettanto facile dire, d’impatto che in questo film, che fotografa così bene quella parte della società che naviga con la bussola del profitto trascurando spesso quella dell’etica, i buoni, secondo quella stessa logica, perdono inesorabilmente. Perdono perché non riescono a far girare forzosamente quella bussola in modo da indurre quel mondo che così poco condividono ad andare anche un po’ nella loro direzione. Oppure perché non riescono a scendere alla fermata prima e sono costretti rimanere sul treno in corsa che si sta inesorabilmente schiantando. Oppure ancora perché si accorgono di aver creduto in qualcosa che era solo una prova d’attore, riuscita neanche tanto bene.
È facile dire chi è buono e chi è cattivo, almeno all’apparenza, e seguire i turbamenti di ciascuno nella triplice narrazione dello stesso episodio.
Credo però che la protagonista vera di questo film sia una sola: la paura. La paura di chi non ha saputo misurare il rischio, la paura di chi ha cavalcato il proprio spavaldo e dissennato sogno sino a vederlo dissolversi come una bolla di sapone, la paura di chi si accorge di vivere quotidianamente un’iperbolica vita di teatro, la paura di chi scopre come il proprio amore e la propria integrità possano essere brutalmente calpestati da episodi, la paura di chi, già calpestato dagli episodi, si sente improvvisamente sprofondare nella melma, la paura di chi, soffocato dal mondo che lo ha formato, sente l’incubo dell’insuccesso e della riprovazione, la paura di chi pian piano inquadra i contorni di una scelta di vita probabilmente sbagliata.
La paura dei buoni e dei cattivi, una paura che tutto livella, tutto uniforma sotto il peso della debolezza umana, della incapacità di dominare gli eventi sino in fondo. È un sentimento sordo, quello della paura del nostro tempo e delle nostre latitudini. Non è legata ai bisogni primari, non è fame, non è guerra che la provoca. È la paura della scena, la paura di non poter reggere il confronto con il pubblico, o quella di non poter recitare il proprio copione, o quella di essere accolti con una fragorosa risata.
“Il capitale umano” fotografa la paura di oggi, la paura di portare il proprio io interiore a confrontarsi con quello apparente.
Una paura vinta solo dal coraggio di guardare dritto avanti a sé, superando il guscio impenetrabile che l’angoscia ci costruisce attorno e credendo fino in fondo che esiste da qualche parte un sogno da vivere.

Insopportabili [4]

Le introduzioni ai libri di narrativa che ti dicono tutto o quasi del libro che devi ancora leggere, come se il compito assegnato al curatore fosse quello di fare un Bignami del libro, senza neanche dirgli che verrà impaginato PRIMA di tutto il resto. Che a me, tra l’altro, dà fastidio pure quando ti anticipano una cosa che avviene nelle prime pagine o nelle prime scene, perché se te la dice un altro allora lo sforzo di metterla in scena o di scriverla, anche se dura poco, anche se è di per sé sintetizzata in poche righe, a cosa è valso? Insopportabile qualunque cosa che ti tolga il gusto di assaporare, così come l’autore l’ha pensato, il risultato di uno sforzo creativo. E’ come se un maître di sala portasse ai commensali un cucchiaio di minestra preparata dal cuoco prima di servirla nel piatto. Ignobile.

Il massacro

Penelope, Michael, Nancy e Alan sono amici miei. Oddio, non è che li conosca di persona, ma le loro espressioni, i loro gesti, le loro fisime, i loro paradossi li ho visti già un mucchio di volte. Li ho visti in quelli di tanti amici e conoscenti, nei loro salotti aggiustati, nelle loro case borghesi. Quello che forse ancora non ho visto dei personaggi di Carnage è il massacro emozionale che sono capaci di perpetrare. E mi sono chiesto: è solo perché quello è un salotto della borghesia radical chic di New York o è che ancora non ho vissuto abbastanza? Perché sebbene provocato dall’alcol, e dalla combinazione esplosiva di parole affilate ed eventi inattesi, quello che si scatena in quel salotto non è altro che la lettura ad alta voce che potrei fare di pensieri che intravedo quotidianamente, di situazioni a cui assisto o che mi vengono riferite. Quanto siamo lontani da quella realtà? Io credo davvero poco. Solo che, a differenza di quei quattro lì, abbiamo meno coraggio, e i nostri silos emozionali li viviamo in silenzio, camuffando il nostro egoismo ora da civile convivenza, ora persino da amicizia, mettendo il bavaglio a quello che vorremmo invece rendere palese, senza tante inutili sovrastrutture. Il teatro lo facciamo anche noi, perché vivere la comunità, in una società che ha assunto valori che non si fondano sulla comunità, è necessariamente teatro, e lo è nella vita pubblica e in quella privata. E’ amaro, difficile da credersi, ma l’iperbole di Carnage è esasperata solo nei modi, non nella sostanza. E la carneficina la facciamo tutti noi, tracciando un solco profondo, che solo raramente viene colmato. Per farlo ci vogliono persone speciali, di quelle che ormai si trovano solo per caso, e il più delle volte non ci appartengono. Come le cose rarissime e preziose.

Connessioni involontarie

Ieri scrivo questa cosa. Sempre ieri, più tardi, mentre vedo il film Tutta colpa della musica, c’è Marco Messeri che in una scena sta seduto in poltrona e ascolta Stefania Sandrelli cantare, chiude gli occhi e la vede muoversi verso di lui, uscire dal coro, sente la sua voce sopra e prima di tutte le altre, sorride. Poi Stefania Sandrelli gli dice “ma stavi dormendo!”. E lui, “no, non stavo dormendo, ti stavo sognando“.
Lì mi è venuto un brivido.

Per tutti

E’ indicato con il simbolo T ed identifica il materiale cinematografico la cui visione è aperta a tutti. Da Luglio 2007 in Italia non è più prevista la censura cinematografica preventiva, applicata per l’ultima volta nel 1998 per il discusso film “Totò che visse due volte” di Ciprì e Maresco. E’ sostituita da una autocertificazione, da parte del produttore, che i contenuti siano visibili da tutti oppure vietati, o meglio, non indicati, ad un pubblico di età minore di 14 o 18 o anche, una novità rispetto al tradizionale visto censura imposto dal defunto Ministero dello Spettacolo, di età minore di 10 anni.

Ho sentito l’esigenza di documentarmi su questo meccanismo attualmente in vigore quando recentemente sono andato a vedere assieme ai miei figli di 10 e 11 anni il film Burn After Reading – A prova di spia, con la coppia Clooney / Pitt, celebrata, all’epoca dell’uscita del film, come esplosivamente comica e cinicamente dissacrante dei moderni emblemi della società dei consumi.
Non voglio discutere qui della riuscita del film, sebbene esso meriterebbe lunghe disquisizioni.
Voglio riportare la delusione mia e di molti altri amici rispetto alla assoluta inintellegibilità preventiva dei contenuti del film che, identificato come “per tutti”, e promosso come esilarante e moderna commedia di genere, ha poi rivelato situazioni non idonee ad un pubblico dell’età dei miei figli.
Voglio qui chiarire che la mia non vuole essere una posizione “puritana”, di chi non riesce a vedere quanto velocemente la società abbia mutato i suoi standard di accettazione di scenari prima considerati non accessibili ai minori. Non parlo ad esempio delle scene di sesso ormai diffuse anche nelle fiction formato famiglia della prima serata Rai. Se inquadrate nel quotidiano contesto di un rapporto di coppia, di qualsiasi genere, ove il sesso sia una manifestazione affettiva di relazione, sono convinto che un ragazzo o una ragazza in età pre-puberale possano provare a decodificare queste scene mantenendo nello stesso tempo quell’alone di mistero che rende la poi scoperta della dimensione sessuale così magica e degna di ricordo per chi ha la fortuna di viverla in modo non traumatico.

Parlo invece dei contesti “distorti” che implicano necessariamente una chiave interpretativa propria dell’adulto e che un ragazzo di 10, 11 o 12 anni potrebbe non aver ancora maturato. Il film in questione, ad esempio, ha alcuni significativi esempi di questo tipo di linguaggio, sia figurato che verbale, e confesso che durante la sua proiezione ho provato irritazione al pensiero di come un genitore possa non avere, ex ante, gli strumenti adatti a valutare se quanto sta proponendo ai propri figli sia o meno appropriato al loro codice interpretativo.
Mi sono chiesto se questa forma di “autogestione” sia una richiesta troppo onerosa per un padre ed una madre di oggi. Forse lo è per chi non ha gli strumenti per una corretta informazione o per chi non abbia tempo, voglia o possibilità di documentarsi. Per me forse no, mi sono detto. Io so dove cercare e, se lo avessi fatto per tempo, forse quel film non sarei andato a vederlo.
L’approccio alla censura autocertificata è una degenerazione in peggio del modello americano, per il quale non ci sono imposizioni restrittive, è vero, ma sussistono di contro delle indicazioni precise, fornite direttamente dalla MPAA – la Motion Picture Association of America, che raggruppa le 7 grandi major – la quale classifica le produzioni in base alla adeguatezza dei contenuti. Già a volersi fermare a questa classificazione, Burn After Reading è marcato come R, Restricted, ovvero un analogo del nostro “Minori Accompagnati”, con la differenza che la soglia negli Stati Uniti è fissata a 17 anni. Ben diverso dal nostro “Per tutti”.
A voler vedere i dettagli poi, il sito enciclopedico IMDB.com, che raccoglie pressocché tutte le informazioni reperibili in questo campo, presenta anche l’elenco dei contenuti non per tutti, evidenziandone la natura e il numero. Ad esempio, per questo film indica che il turpiloquio è sovrabbondante, sino a totalizzare una media di una “F-word” ogni 85 secondi. Per la puritana America comprendo come questa informazione possa essere più che utile a discriminare cosa è opportuno portare i propri figli a vedere e cosa no.
Per me sarebbe stata già sufficiente quella R.

Bene, fin qui, accettate le regole, ci si potrebbe anche stare. Alla famiglia è delegato il controllo. E’ il genitore che deve documentarsi prima. Lo Stato non indirizza.

Ieri però mi sono trovato di fronte ad un caso un po’ diverso. Mio figlio, che ha 11 anni e mezzo e frequenta la prima media, mi ha mostrato che nel suo testo di Antologia viene promosso il film di Irwin Winkler “L’ultimo sogno” (titolo originale “Life as a House”), con Kevin Kline e Kristin Scott Thomas, che racconta di rapporti familiari in un contesto sociale moderno, uguale a tanti che ormai abitano sistematicamente le nostre cronache. Una adolescenza tormentata, un rapporto padre-figlio ricostruito con la forza dell’amore in circostanze estremamente tragiche.

L’insegnante di Lettere di mio figlio vuole valutare l’opportunità di una visione con i ragazzi. Per cui ieri ho visto il film. E’ molto bello. Ottima sceneggiatura. Una storia che lascia il segno. Mi sentirei di consigliarlo. Ma…
In Italia è “per tutti”. Negli Stati Uniti è uscito con il rating R.
Seppure lontano anni luce dalla gratuità del linguaggio scenico e verbale di Burn After Reading, lo scenario drammatico in cui è ambientato presenta anche ne “L’ultimo sogno” situazioni la cui decodifica non è, a mio giudizio, alla portata di un ragazzo o una ragazza di prima media.
Potrei sicuramente sottovalutare le capacità interpretative dei miei figli, o anche quelle di “tutorship” di una insegnante che si pone in questo caso come mediatore del messaggio. Ma è sicuramente difficile negare che alcuni dei temi trattati siano “borderline” e necessitino di una conoscenza del mondo non ancora totalmente alla portata dei miei ragazzi.

Va bene richiedere alla famiglia e alla scuola di applicare un filtro in modo soggettivo.
Ma un libro di testo? Mi sono chiesto, che ruolo ha in questo scenario? Lo Stato non indirizza per la visione al cinema o in Home-Video e poi addirittura indirettamente consiglia attraverso un libro di testo?

Ho chiesto di confrontarmi su questo tema con l’insegnante di mio figlio. Forse mi mancano delle chiavi di lettura del rapporto tra testo e discente, tra insegnante e allievo. Forse il mio punto di vista è troppo cautelativo.
O forse sto solo invecchiando.