Riutilizzare gli edifici abbandonati: il WWF per il recupero urbano

  1. Con il claim “Fai sentire le tue idee per reinventare il tuo territorio”, il WWF lancia una campagna per promuovere la raccolta di idee per il riuso di aree degradate del nostro territorio.
  2. Le motivazioni sono ben chiare e affondano le radici nella sempre più diffusa spinta verso stili di vita e, auspicabilmente, politiche di sviluppo maggiormente attenti alla conservazione del territorio prima che al suo incondizionato sfruttamento. Occorre una rivoluzione culturale, come il WWF stesso sottolinea.
  3. Non è possibile insistere su criteri di crescita materiale, né su industrializzazioni assistite, né su diffuse terziarizzazioni. E’ opportuno compiere una provocazione culturale che permetta di individuare quelle potenzialità creative ed economiche autonome che ogni individuo ed ogni comunità hanno al loro interno e che per troppo tempo sono state umiliate o soffocate da percorsi decisionali e modelli culturali demagogici, dirigistici, speculativi.
  4. Le parole del D.G. di WWF Italia, Adriano Paolella, chiariscono il contesto dell’operazione: capannoni, ferrovie, aree industriali grandemente inutilizzati o sotto utilizzati costituiscono un patrimonio da recuperare e riportare in vita. Una raccolta di idee, quella promossa da WWF a questo stadio dell’iniziativa, che costituisca patrimonio creativo a cui attingere per la riqualificazione.
  5. Iniziative lodevoli come questa non sono per fortuna isolate come testimoniano altre esperienze virtuose con il coinvolgimento di Scuola ed Università.
  6. Esperienze virtuose: il caso di forte Marghera – La campagna “RiutilizziAmo l’Italia”, che è supportata da una vasta rete di docenti universitari, vorrebbe tra l’altro evidenziare le esperienze virtuose già realizzate di recupero del territorio e di resistenza al cemento. Tra queste il caso di forte Marghera, un’antica area fortificata di proprietà del Comune di Venezia che dal ’96 non è più area militare, di cui ha parlato anche Luca Martinelli nel volumetto “Salviamo il paesaggio!”, appena uscito per Altreconomia. L’area di forte Marghera, una quarantina di ettari di terra, acqua e canali gestiti dalla società Marco Polo System, è oggi utilizzata come parco pubblico. Il rischio però che all’area venga data una destinazione immobiliare non è accantonato. Così tra 2011 e 2012 è nato un comitato di cittadini, il Gruppo di lavoro per Forte Marghera, che ha avviato un percorso di progettazione partecipata, coinvolgendo anche scuole e università, per proporre idee sul futuro di forte Marghera.
  7. La grande eco che il WWF può permettersi sui media nazionali costituisce un volano per la sua diffusione attraverso i canali del web e dei media tradizionali.
  8. rembel66
    Il WWF per riutilizzare il nostro territorio. Basta un click per segnalare aree dismesse e degradate e proporre… http://fb.me/1zUFjsffN
  9. Una frustata per le coscienze che appaiono ormai intorpidite dalla cronica manifesta impotenza delle comunità nei confronti delle politiche di gestione delle risorse della collettività, troppo spesso, se non puntualmente guidate da logiche esclusivamente affaristiche. Il tentativo del WWF sembra in questo senso nobile sebbene non sia chiaro, nella sua formulazione, quali ricadute concrete si possano prevedere se non quella di un risveglio della sensibilità e uno stimolo alla ricerca di soluzioni di cui possano beneficiare direttamente i cittadini senza necessariamente ricorrere ad intermediari o a progetti lucrativi.
  10. Si tratta di stimolare la fantasia, perseguire soluzioni che riconducano all’unità dell’abitare (in cui produzione e residenza sono connessi), trovare soluzioni che possano essere gestite direttamente dalle comunità e che puntino ad una loro autonomia economica, all’aumento della naturalità, al riequilibrio tra popolazione e risorse.
  11. Sarebbe importante che a tali iniziative si unissero offerte di finanziamento di progetti di recupero da parte delle istituzioni ma anche, perché no, di fondazioni private, al fine di rendere concreto il cambiamento e il movimento di opinione che, altrimenti, rischia di vivere solo nella sterilità del lamentoso vociare quotidiano contro il degrado che contraddistingue la gestione della cosa pubblica, per di più in un momento di particolare scarsità di risorse finanziarie.

La fine della sperimentazione e il trionfo delle lobby industriali

  1. E’ notizia di questi giorni la imminente chiusura dei campi sperimentali di colture OGM dell’Università della Tuscia, in quanto non rispondenti alle normative vigenti.
  2. Il provvedimento nasce da una segnalazione proveniente dalla Fondazione Diritti Genetici (FDG) che, “in un dettagliato rapporto, ha documentato la presenza degli alberi geneticamente modificati all’interno dell’Azienda didattico-sperimentale dell’Università della Tuscia”, rapporto che ha segnalato alle autorità competenti, per voce del suo Presidente Mario Capanna, chiendendo loro lo smantellamento del campo. I Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura danno l’ok allo smantellamento a partire dal giorno 12 Giugno.
  3. Mario Capanna: OGM illegali nel Lazio, ok dei Ministeri a distruzione e ricerca
  4. Duilio Campagnolo, presidente di Futuragra, denuncia “il drammatico stato in cui versa la ricerca nel nostro Paese. Dieci anni fa erano 250 i progetti portati avanti, mentre oggi la sperimentazione è pressoché azzerata. Una situazione paradossale, che costringe il nostro Paese a rimanere al palo e isolato dal resto del mondo, dove esistono centri sperimentali in cui vengono studiate piante che rappresentano il futuro dell’agricoltura, dell’agro-industria e della medicina, fondamentali quindi anche per la qualità dell’ambiente e dell’alimentazione”
  5. L’ANBI ha scritto un appello per salvare l’unica sperimentazione in campo ancora sopravvissuta.
  6. ANBiotec
    L’ANBI ha scritto un appello per salvare gli alberi OGM dell’Università della Tuscia. Aiutateci a far valere la… http://fb.me/1abo2fwXw
  7. La ricerca italiana sulle biotecnologie soffre, come tante altre, della prevalenza di punti di vista emozionali e poco informati, e dei conseguenti atti legislativi che preferiscono prese di posizioni radicali a più utili approfondimenti di merito.

    E’ sempre un problema di divulgazione della conoscenza e di quanto l’assenza di informazione favorisca invece indirettamente gli interessi delle lobby industriali, penalizzando un paese a vocazione agricola come l’Italia impossibilitato a produrre secondo criteri di eccellenza e qualità.
  8. Lo spiega in modo eccellente Antonio Pascale nella sua mini-lectio al TEDxReggioEmilia. Uno speech efficacissimo e travolgente, esempio di come sia possibile spiegare alla gente comune, in modo divulgativo, i vantaggi del metodo scientifico oggi spesso bistrattato dal legislatore come, se non più di quanto avveniva ai tempi di Galileo Galilei.
  9. TEDxReggioEmilia – Antonio Pascale – Come abbiamo smesso di essere un paese agricolo
  10. Franco Mistretta
    I fanatismi contro le biotecnologie mi ricordano a volte quelli dei creazionisti contro l’evoluzionismo.
  11. Fa specie come questo atteggiamento provenga da un governo di professori che, per loro natura, dovrebbero essere più avvezzi all’approfondimento dei loro predecessori politici. Ma non per questo dobbiamo perdere la speranza…
  12. Virgilio_green
    Campi test ogm, un ministero vuole distruggerli e l’altro no: Campi transgenici dell’Università della Tuscia: il… http://bit.ly/KfINgj

Le lacrime di dentro

L’episodio delle lacrime del ministro Fornero in conferenza stampa è stato interpretato dai commentatori, in senso positivo o negativo, sempre e comunque legato al provvedimento che il ministro stava illustrando e ai suoi effetti sulle famiglie italiane. La mia opinione è invece molto differente. Non ci si commuove così spontaneamente, a meno di collaudata maestria teatrale che non credo sia prerogativa del ministro, se non c’è un diretto coinvolgimento personale nella vicenda che provoca la commozione. E nel caso in questione l’unica possibilità è che il ministro, notoriamente esperta della materia, sia stata costretta o comunque convinta ‘obtorto collo’ ad accettare una decisione che ella non ha fatto propria, e per la quale ha manifestato forse con forza il suo dissenso all’interno del consiglio. Non escludo che le discussioni siano state accese e che il ministro sia stata affrontata con decisione e messa in minoranza, cosa che, al momento di illustrare con la propria voce un provvedimento che non ha condiviso, ha provocato la sua commozione. Questa quindi ha a che vedere con la sua personale dialettica con i suoi colleghi e non con il provvedimento in sè.

Un popolo di tifosi

Ho iniziato ieri la lettura de “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.
Solo una quarantina di pagine sinora ma già sufficienti a stimolare una riflessione.
L’ha provocata il racconto della catastrofica esperienza in un’officina di giovani ed incompetenti meccanici, rei di aver quasi demolito un motore cercando di aggiustarlo:

“[…]
Perché l’hanno martoriato in quel modo? E sì che non erano di quelli che scappano dalla tecnologia come John e Sylvia. Erano loro i tecnologi. Avevano imparato un mestiere e lo eseguivano come degli scimpanzé. Chissà perché si erano comportati in quel modo? Cercai di ricordare le ore passate con loro in quell’officina, quel posto da incubo, per vedere se riuscivo a trovare una spiegazione plausibile.
La radio era un indizio. Non ci si può concentrare veramente su quello che si sta facendo con la radio a tutto volume. Forse quei ragazzi non concepivano il loro lavoro come qualcosa che potesse implicare una certa concentrazione, ma solo come un gioco di chiavi inglesi. E con la musica gingillarsi con una chiave inglese è più divertente.
Un altro indizio era la loro velocità. Sbattevano le cose di qua e di là senza guardare dove. Si fanno più soldi, così – se non ci si ferma a pensare che sarebbe meglio metterci più tempo.
Ma l’indizio più significativo era la loro espressione. E’ difficile da spiegare. Un’aria bonacciona, amichevole, accomodante – e non coinvolta. Sembravano degli spettatori. Era come se fossero capitati lì per caso e qualcuno gli avesse messo in mano una chiave inglese. Non si identificavano per niente con il loro mestiere. Si capiva subito che alle cinque del pomeriggio avrebbero tagliato la corda senza più neanche un pensiero per il lavoro. Facevano già di tutto per non pensarci mentre lavoravano.”

Poi stamattina ho letto l’intervento di Saviano su Repubblica:

“[…]
Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato ha riconoscere il dolore altrui prima d’ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al “Conte Ugolino” che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l’unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell’essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant’Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
[…]
Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il “dolore” di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia.

E mi sono poi tornate alla memoria le parole del presidente Schifani l’altra sera quando si appellava al rispetto della memoria della “povera Eluana” per calmare gli animi dell’aula infuocata, con il tono della voce di chi è stato sempre a fianco di un proprio caro assediato e tormentato da una siffatta tragedia.

Ho accomunato questi brani attraverso alcune straordinarie parole chiave.
Pirsig dice “spettatori” per caratterizzare l’atteggiamento dei meccanici che avevano poca dedizione per il loro lavoro; “parteggiare” è quello che Saviano riconosce nell’atteggiamento di chi dovrebbe occuparsi del merito delle cose ed invece si schiera in maniera acritica ed incondizionata.
E’ una metafora fantastica della nostra società, precipitata nel baratro della superficialità e ormai incapace di riconoscere e distinguere le cose nel loro dettaglio, nella loro complessità. E’ la metafora della semplificazione che, invece di essere sinonimo di pragmatismo, di efficienza, diviene sinonimo di generalizzazione, di cialtroneria.
Assistiamo, se ci pensate, al progressivo scomparire del senso critico, dell’abitudine a guardare le cose in profondità, per la diversità e la complessità che riescono ad esprimere. Ad analizzare i fatti, ad ascoltare gli argomenti, a considerare il contesto in cui si inseriscono.
Siamo in balia del “comandamento” della semplificazione che ci porta, a tutti i livelli e su tutti gli argomenti, a dover necessariamente riconoscere due parti tra cui scegliere, la curva da cui urlare e i colori da esporre con i nostri striscioni.
Urliamo, ma alla domanda “Perché?” raramente sappiamo rispondere con cognizione di causa che, nella lingua italiana, vuol dire parlare, agire, solo dopo essere certi di sapere di cosa si sta parlando. Quello che oggi siamo indotti a fare è schierarsi. Come spettatori; peggio, come tifosi. In tutti i contesti e su tutti gli argomenti. Fin quando il conduttore di turno dirà “stop al televoto”.

Questo è il credo. Ci sono solo due colori, due schieramenti, due partiti.
E da due ad uno il passo è brevissimo.

Senza parole

leggo da repubblica.it

“Una questione morale esiste in tutto il mondo. Un senatore democratico ha cercato di vendere il seggio di Obama. Come si vede non riguarda solo il Pd e l’Italia”. Lo ha detto il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, dopo l’incontro con il segretario del Pd, Walter Veltroni, sull’inchiesta che ha coinvolto parte della giunta partenopea.

Mi domando se il rischio sia davvero quello di perdere la capacità di discernere il confine tra uso ed abuso del privilegio di gestione della cosa pubblica, pur nella consapevolezza che il gioco della politica si presti ad interpretazioni “libere” delle regole, specie quando chi fa certe regole si trova anche a poterne beneficiare direttamente.
La cosa che mi fa specie è che il cittadino finisca con il rispecchiarsi in questi comportamenti, in una sorta di “così fan tutti” in cui non si sa mai qual è l’immagine reale e quella riflessa. Con due possibili risultati: l’assuefazione o la rivolta di popolo.

Il governo centrale e le politiche ambientali della Regione Puglia

Leggo da bari.repubblica.it:

“Il ministro per gli Affari regionali ha impugnato davanti alla Corte costituzionale l´atto amministrativo con il quale la Regione ha aperto la strada verso l´energia pulita che arriva dal mare. L’ex governatore pugliese ha chiesto alla Corte costituzionale di annullare l´iter avviato dalla giunta Vendola per autorizzare l´installazione delle prime centrali eoliche a largo della costa. Saranno i giudici della Corte costituzionale a decidere su questo ennesima disputa ambientale tra il Governo di Silvio Berlusconi e la Regione di Nichi Vendola. […]
Quattro parchi eolici che, una volta realizzati al largo delle coste regionali, rafforzerebbero la leadership della Puglia, regina italiana dell’energia eolica. Dal punto di vista ambientale, la posta in gioco è molto alta: le quattro richieste in attesa di valutazione svilupperebbero, qualcosa come 700 megawatt di energia. Più di tutto l´eolico che già fa della Puglia la prima regione produttrice italiana di energia del vento. Un parco da 150 megawatt dovrebbe sorgere nelle acque antistanti Brindisi, Torchiarolo, San Pietro Vernotico e Lecce; uno di 150 al largo di Chieuti verso Campomarino, ai confini tra la Puglia e il Molise, un terzo impianto da 300 megawatt da Zapponeta a Manfredonia, un quarto di 90 megawatt a Tricase. Per tutti e quattro i siti in questione la Regione ha avviato l´iter per la valutazione d’impatto ambientale. Ma, nel ricorso presentato dall’avvocatura del ministero per gli affari regionali, l’accento è puntato soltanto sugli impianti off shore che dovrebbero essere realizzati in Salento, a largo di Brindisi e di Tricase.”

Il sospetto che si tratti, ancora una volta, di interessi locali e di “cortile”, prima ancora che di battaglia tra schieramenti politici, è davvero forte, vista la coincidenza tra la dislocazione di parte degli impianti e l’area d’origine del Ministro Fitto.
Ancora di più un motivo per comunicare con forza i risultati di governo della giunta Vendola in tema ambientale ed energetico perché questo modo di fare politica, questo scontro continuo tra governo nazionale e amministrazioni locali venga quotidianamente alla luce, in un momento in cui si porta la coccarda del federalismo senza, nei fatti, renderne possibile l’attuazione virtuosa.

Il futuro di Vendola e della Sinistra barese

Niki Vendola ha convocato lo scorso Venerdì un confronto cittadino sulla sua idea di Sinistra. “IN ALTO A SINISTRA” è più di uno slogan, più di un gioco di parole, e racchiude in sè la volonta di creare un soggetto aggregante che sappia leggere le novità e i mutamenti del Paese. Vendola è un grande affabulatore, e molti lo considerano tale. Mi chiedo se il suo messaggio sia oggi calzante, appropriato e soprattutto mirato.

Parliamo di saper coinvolgere, di saper parlare, di saper “interessare” cittadini che purtroppo sono oggi, ancor prima che questo, telespettatori e consumatori.
Parliamo di saper trovare argomenti che accomunino “trasversalmente” gente che ha diverse estrazioni culturali, che mi sembrano mediamente sempre più basse.
Parliamo di saper trovare argomenti “accattivanti” per chi ha come modello la cultura televisiva e tra questi non vi sono solo adolescenti e giovani future classi dirigenti.
Parliamo di riuscire a convincere che è possibile un modello alternativo di economia, di amministrazione della cosa pubblica, di gestione del quotidiano.

Parliamo soprattutto di questo. Di comunicazione, ma non di quella propagandistica, televisiva, urlata a scopo elettorale, ma di quella quotidiana, di quella che può interessare la gente al bar.
Per questo tipo di comunicazione, Vendola, che quando ascolto mi ammalia e mi seduce, è semplicemente inadatto. E non per sua colpa o per sua impreparazione politica e culturale, che restano e saranno sempre massime, specie a guardare la diffusa improvvisazione che incontriamo spesso sia negli amministratori che negli strateghi, ma per inadeguatezza di chi dovrebbe ascoltarlo. Il suo messaggio è semplicemente non centrato sul target che dovrebbe interessare. Questo soprattutto perché in Italia non ci sarà mai un Barak Obama perché la maggioranza degli italiani non è come quella maggioranza degli americani che è mossa, commossa (“to move” dicono gli americani) dai discorsi ben studiati di un leader.

Leggevo ieri il fondo di Giuseppe Detomaso sulla Gazzetta che, per altri motivi e con altri obiettivi, ricordava la discrasia tra il bisogno di conquistare il potere e quello di sedurre la società civile, e la necessaria indicazione di priorità verso l’uno o l’altro a seconda del momento storico, delle ideologie, del contesto sociale. Detomaso ricorda come per Gramsci “solo l’egemonia (innanzititto culturale) nella società civile poteva spianare la strada alla conquista del Potere politico, facilitandone la successiva gestione di governo”. Poi, in coda al suo intervento, egli sottolineava: “All’attuale presidente del Consiglio è riuscito ciò che non era riuscito a qualche suo ambizioso predecessore: cambiare gli italiani, non tutti si capisce, ma molti. […] L’operazione non sarebbe stata possibile se Silvio non avesse conquistato la società civile attraverso la penetrazione televisiva, una sorta di gramscismo mediatico lanciato verso una nuova egemonia culturale.”

I molti di cui parla Detomaso sono cinici, individualisti, appiattiti teleconsumatori che hanno sostituito la società civile con altro, un altro in cui qualunque interesse di breve ha schiacciato il lungo respiro, in cui il bene di tutti non coincide mai, proprio perché di tutti, con il proprio.

Io credo fermamente che per scardinare un sistema culturale che ha l’obiettivo di abbrutire le coscienze e le menti, per scalare una parete del VII grado come quella cui ci troviamo di fronte, occorra scendere non di un livello, ma di due o tre. Abbandonando retorica – del linguaggio, dei modi e delle convenzioni – e strumenti tradizionali – di comunicazione, di aggregazione, di condivisione.
Credo fermamente che rivoluzioni culturali si possano fare solo attraverso la concretezza delle azioni di governo, l’evidenza dei benefici immediati, il coraggio di atti impopolari di cui si possa e si sappia comunicare l’impatto, senza fermarsi ad operazioni di facciata.

Quanto sta avvenendo attorno al lavoro dell’assessore De Caro è a mio parere emblematico. Abbiamo registrato non soltanto la strenua opposizione di coloro che da sempre hanno ostacolato la crescita civile della città di Bari come una grande metropoli moderna, ma anche la protesta della gente di strada a cui per la prima volta si è chiesto, ad esempio, di attraversare la strada sulle strisce pedonali e non dove capita.
Giorno dopo giorno invece ci si sta abituando. Il comportamento virtuoso comincia a prendere piede. La gente comincia ad assuefarsi all’idea che quello che non c’era prima non era normale che non ci fosse.
Il centro più vivibile comincia ad essere apprezzato (sempre la Gazzetta di ieri pubblica la lettera di un lettore che dice, senza mezzi termini, De Caro santo subito) e se il periodo natalizio che si avvicina reggerà all’urto attraverso un livello di servizio che dovrà essere inattaccabile (anche se ho paura che il trasporto pubblico sarà come sempre la buccia di banana su cui anche De Caro rischierà di scivolare), questo sarà un risultato che difficilmente si potrà disconoscere e produrrà un beneficio al quale i baresi non potranno rinunciare. Niente più di quanto è già normale in tante città d’Italia, per non parlare di quelle Europee.
Sempre per restare in tema trasporto pubblico, una azione forte, a livello regionale, che vada nella direzione del coordinamento e della integrazione tra i vettori di trasporto di persone potrebbe realmente portare ad una rivoluzione culturale inedita per la città di Bari. Anche qui proclami o azioni incomplete servono a poco, così come serve a poco un parcheggio di scambio periferico non adeguatamente supportato dal trasporto pubblico nelle ore cruciali per i “commuter”, i pendolari che invadono la città con un auto per lavoratore, o un servizio di noleggio bici che non sia presente in tutti i luoghi nevralgici di afflusso o, soprattutto, presso i parcheggi di scambio. Tanti miei colleghi che vengono dalla provincia, appena assunti, provano ad usare il trasporto pubblico per venire in ufficio. E’ una prova che dura pochi giorni. Arrivano a Bari con il treno o con gli autobus extra-urbani e poi… il nulla. Frequenza delle corse urbane improponibile per un lavoratore; collegamenti insufficienti e a volte inspiegabilmente penalizzati. La settimana successiva vengono tutti con la macchina, una per ciascuno.
Ma sono solo pochi esempi in un settore cui presto maggiore attenzione per le mie convinzioni e i miei interessi di ambientalista, visto che l’ambiente è uno dei temi che viene indicato come obiettivo primario di un progetto della nuova sinistra.

A me sembra che oggi manchi proprio questo. Una proposta di un modello di società che si sia capaci di esprimere per titoli, e sia accompagnato da azioni concrete, il cui beneficio possa essere percepito immediatamente. Manca la capacità di parlare con concretezza alla gente del bar, cercando di mostrare che è possibile una società diversa. Alla gente che prende il caffè la mattina, e non ai giovani, che sono ancora idealisti, sebbene con ideali che possono essere anche molto distanti tra loro; non ai giovani ma soprattutto ai trentenni, ai quarantenni che si professano non berlusconiani e che un lavoro, spesso autonomo, già ce l’hanno, e ritengono la loro situazione acquisita di privilegio sociale, qualcosa da salvaguardare con strenuo individualismo, nella cecità che l’interesse comune possa minare la loro libertà di possedere. Questa classe di cittadini temo non sarà mai “toccata” dall’alterezza di un discorso programmatico che manchi di quelle componenti pragmatiche che ormai sono le uniche a poter muovere i numeri di un elettorato.