La fine della sperimentazione e il trionfo delle lobby industriali

  1. E’ notizia di questi giorni la imminente chiusura dei campi sperimentali di colture OGM dell’Università della Tuscia, in quanto non rispondenti alle normative vigenti.
  2. Il provvedimento nasce da una segnalazione proveniente dalla Fondazione Diritti Genetici (FDG) che, “in un dettagliato rapporto, ha documentato la presenza degli alberi geneticamente modificati all’interno dell’Azienda didattico-sperimentale dell’Università della Tuscia”, rapporto che ha segnalato alle autorità competenti, per voce del suo Presidente Mario Capanna, chiendendo loro lo smantellamento del campo. I Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura danno l’ok allo smantellamento a partire dal giorno 12 Giugno.
  3. Mario Capanna: OGM illegali nel Lazio, ok dei Ministeri a distruzione e ricerca
  4. Duilio Campagnolo, presidente di Futuragra, denuncia “il drammatico stato in cui versa la ricerca nel nostro Paese. Dieci anni fa erano 250 i progetti portati avanti, mentre oggi la sperimentazione è pressoché azzerata. Una situazione paradossale, che costringe il nostro Paese a rimanere al palo e isolato dal resto del mondo, dove esistono centri sperimentali in cui vengono studiate piante che rappresentano il futuro dell’agricoltura, dell’agro-industria e della medicina, fondamentali quindi anche per la qualità dell’ambiente e dell’alimentazione”
  5. L’ANBI ha scritto un appello per salvare l’unica sperimentazione in campo ancora sopravvissuta.
  6. ANBiotec
    L’ANBI ha scritto un appello per salvare gli alberi OGM dell’Università della Tuscia. Aiutateci a far valere la… http://fb.me/1abo2fwXw
  7. La ricerca italiana sulle biotecnologie soffre, come tante altre, della prevalenza di punti di vista emozionali e poco informati, e dei conseguenti atti legislativi che preferiscono prese di posizioni radicali a più utili approfondimenti di merito.

    E’ sempre un problema di divulgazione della conoscenza e di quanto l’assenza di informazione favorisca invece indirettamente gli interessi delle lobby industriali, penalizzando un paese a vocazione agricola come l’Italia impossibilitato a produrre secondo criteri di eccellenza e qualità.
  8. Lo spiega in modo eccellente Antonio Pascale nella sua mini-lectio al TEDxReggioEmilia. Uno speech efficacissimo e travolgente, esempio di come sia possibile spiegare alla gente comune, in modo divulgativo, i vantaggi del metodo scientifico oggi spesso bistrattato dal legislatore come, se non più di quanto avveniva ai tempi di Galileo Galilei.
  9. TEDxReggioEmilia – Antonio Pascale – Come abbiamo smesso di essere un paese agricolo
  10. Franco Mistretta
    I fanatismi contro le biotecnologie mi ricordano a volte quelli dei creazionisti contro l’evoluzionismo.
  11. Fa specie come questo atteggiamento provenga da un governo di professori che, per loro natura, dovrebbero essere più avvezzi all’approfondimento dei loro predecessori politici. Ma non per questo dobbiamo perdere la speranza…
  12. Virgilio_green
    Campi test ogm, un ministero vuole distruggerli e l’altro no: Campi transgenici dell’Università della Tuscia: il… http://bit.ly/KfINgj
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Beepl – Tecnologie semantiche per una piattaforma collaborativa di Q&A

Rispetto a Yahoo! Answers e a molte altre similari, la nuova piattaforma Beepl, che ha aperto a tutti la sua fase di alfa test, ha delle caratteristiche interessanti. Unisce infatti i pregi dell’approccio collaborativo tipico di questi sistemi, tra tutti la possibilità di incrementare il ranking dei partecipanti in base alla votazione delle risposte, all’applicazione di tecniche semantiche di individuazione degli argomenti inerenti la domanda. Questa caratteristica, basata su tecniche statistiche come spiegato dagli autori in uno dei thread di discussione, rende il sistema maggiormente proattivo nei confronti dei suoi utenti. Questi non devono infatti iscriversi ad un thread per riceverne gli aggiornamenti, “inseguendo” quindi l’argomento oggetto della domanda, ma sono piuttosto “cercati” dal sistema in base agli argomenti che, attraverso l’utilizzo, il sistema stesso ha associato loro. Effetto immediato del riconoscimento semantico è la comparsa, in calce alla domanda che si sta inserendo, dei tag dei concetti via via riconosciuti. Tale riconoscimento consente la selezione immediata di domande (e relative risposte) già presenti in archivio sullo stesso tema, aumentando di fatto la probabilità di individuare quella che si sta cercando. L’elenco di domande presentate nell’home page di ciascun utente poi, non è deciso in base alla sola cronologia di immissione ma in base all’attinenza agli argomenti di interesse. Questa caratteristica attribuisce alla community maggiore reattività, di fatto facilitando la risposta di coloro che hanno mostrato maggiore “vicinanza” con gli argomenti espressi. Un modo naturale di evitare le risposte insulse, frequentissime in sistemi completamente deregolamentati come quello di Yahoo!, e realizzato attraverso l’abbinamento semantico tra domanda e offerta di conoscenza.
Efficace. Da provare.

Gli insegnamenti di Prezi

L’esempio di Prezi, l’innovativo servizio di cloud-based presentation che aspira a rivoluzionare il modo di comunicare attraverso effetti cinematografici che favoriscono lo storytelling, racchiude numerosi insegnamenti di come il business digitale si stia evolvendo e come il mercato e il sistema economico debba sostenerlo.
Tecnicamente il software nasce da un’idea brillante che, sfruttando capacità tecnologiche prima inarrivabili, dischiude alla creatività nuove possibilità rappresentative che consentono un macroscopico salto di qualità e un guadagno in efficacia nella prassi della comunicazione. Il solco tracciato da PowerPoint, quello che è ormai diventato lo strumento per antonomasia dedicato alla presentazioni, comincia ad essere superato dalle caratteristiche di Prezi che lo surclassa quanto ad efficacia, impatto, qualità delle produzioni possibili. Primo ingrediente quindi è una tecnologia al servizio di uno specifico scopo applicativo e proposta in modo da essere totalmente al servizio di questo scopo.
Il secondo ingrediente di questa success story è il modello di business e la modalità di comunicazione scelta. Prezi segue il solco tracciato dal modello di business SaaS più diffuso che prevede gratuitamente l’erogazione di un servizio ad un livello funzionale base e la vendita di servizi/prodotti aggiuntivi che utilizzano la stessa piattaforma tecnologica, fornendo però funzionalità e livelli di servizio più avanzati. Il tutto immerso in un contesto distribuito di cloud computing che beneficia in toto della tecnologia dei web services, consentendo ad esempio l’integrazione di video di YouTube all’interno delle presentazioni, ed incentrato in una logica social che favorisce l’integrazione con social network e l’identificazione delle produzioni attraverso Profile pages indirizzabili direttamente. Fa la sua parte anche la veste grafica, nello stile pulito ed essenziale delle piattaforme più di successo, che esalta i contenuti, guidando il visitatore passo passo nel percorso conoscitivo delle caratteristiche del servizio. Questo modello è quello che consente oggi la massima amplificazione del business e potenzialmente la più ampia diffusione del brand, e non solo per un prodotto interamente digitale.
Il terzo ingrediente è il contesto di mercato. TechCrunch riporta oggi la notizia dell’investimento del capital venture Accel Partners nel business di Prezi, a testimonianza dell’interesse del mondo della finanza verso idee imprenditoriali che manifestano un potenziale di crescita reale attraverso la penetrazione di mercato, risultato di concrete capacità realizzative, e non soltanto attraverso l’enunciazione di una sia pur valida e brillante idea imprenditoriale. TechCrunch riporta come la diffusione di Prezi sia già considerevole:

Prezi, which is cash-flow positive, has many organizations using its product, from the World Economic Forum to Stanford University and at companies such as Facebook, IBM and Google.

E lo stesso Andrew Braccia, che siederà nel CdA di Prezi come rappresentante di Accel, racconta di aver conosciuto Prezi per il fatto che molte startup utilizzavano il servizio di presentation negli incontri di presentazione del loro business, a testimonianza della validità del modello social e del SaaS come strumento di amplificazione e diffusione del brand e del servizio stesso.
E’ questa anche una delle ragioni dell’interesse che oggi un capital venture ha nelle imprese software del terzo millennio:

For Accel, Prezi was attractive because it fit into one of the fund’s investment theses, which is the trend of the consumerization of software. “The growth of web services is fundamentally altering the traditionally bundled environments of packaged software. Today’s users want best-of-breed software that makes an impact in the lives of professionals and educators around the world. Prezi is redefining the presentation and communication landscape with its leading suite of online productivity software,” he says.

Peccato che, in un panorama in cui il mercato consumer è destinato a condizionare forma e contenuti anche delle applicazioni enterprise, in tutte le economie del mondo, un’idea imprenditoriale come quella di Prezi, nata in Europa, sia costretta a rivolgersi all’economia statunitense per trovare la linfa per il suo sviluppo. Un problema di scarsa lungimiranza o di scarsa cultura digitale della vecchia Europa?
Un fatto è certo: l’arretratezza culturale europea non sta solo nella poca attenzione all’innovazione digitale ma anche nella difficoltà, da parte di imprenditori ed investitori, ad interpretare l’investimento come reale partnership finalizzata alla crescita e allo sviluppo del business. Anche in questo la storia di Prezi ci dice come dovrebbero andare le cose anche in Europa:

In the future, Braccia sees international expansion and collaboration features as growth opportunities for the company. The new funding will be used to hire talent, expanding Prezi across multiple platforms, and widening its global reach.

Organizzarsi sulla nuvola

Ora ho tre diversi account per salvare i miei file in rete, “in the cloud”. Tutti gratuiti. L’ultimo, quello di Box.net, è particolarmente ghiotto: scaricando l’app per iPhone/iPad si ha diritto ad un account gratuito e 50Gb di spazio a vita. Già in possesso di un account Dropbox estendibile gratuitamente sino a 8Gb con il meccanismo degli inviti, e un account Memopal (tutto italiano), mi pongo ora il “problema” di come usarli al meglio. Memopal è perfetto per il backup. Si possono sincronizzare sul server più cartelle di diversi computer e mettere al sicuro da scherzi hardware le cose importanti. Dropbox è perfetto per rendere disponibili su tutti i propri dispositivi, fissi o portatili, i file su cui si sta lavorando. Mai più chiavette o CD per trasportare file da un PC all’altro, da casa al lavoro e viceversa. Questo meccanismo è fantastico anche per la condivisione dello stesso materiale tra più persone, condivisione peraltro possibile un po’ con tutti i servizi di backup in rete. Box.net è però leader per i sistemi collaborativi, e oltre allo spazio fornisce una serie di funzionalità adeguate al teamwork come annotazioni e commenti.
Dunque come suddividere? Le foto su Box.net che mi dà uno spazio più grande? Memopal come cassaforte? Dropbox per l’uso quotidiano e lo scambio di file?
Alla fine il timore è che degli stessi file si finisca per avere tante copie comunque, sui dischi di casa, interni ed esterni, ed ora anche in rete.
Ma come per tutte le cose tecnologiche penso sia solo una questione di tempo. Tra poco i nostri file saranno tutti in rete. Con buona pace di chi si preoccupa della riservatezza dei dati.
Ma del resto non ci sono ancora quelli che tengono i soldi sotto il mattone invece di metterli in banca?

A proposito, se volete un bonus di spazio (e volete farlo guadagnare a me) aprite il vostro account su Dropbox o su Memopal con la mia presentazione (Seguite i link. Mi sembra tanto “Mi manda Picone”).

I gesti dell’iPad

Uso l’iPad da un po’. Apple ha introdotto tante nuove metafore, senza parlare della strada tracciata nel design dei dispositivi, strada immediatamente battuta da tutti i concorrenti. Ma nell’approccio al dispositivo touch ha mostrato di saper superare le limitazioni del device introducendo stratagemmi geniali per raggiungere risultati che diversamente non si sarebbero potuti ottenere senza una perdita di immediatezza nell’uso del dispositivo. Il problema dello Screen Real Estate, lo spazio a disposizione per la rappresentazione delle informazioni, è ad esempio critico quando lo stesso schermo viene utilizzato come dispositivo di input oltre che di output, attraverso la rappresentazione virtuale di una tastiera. Molto più critico sicuramente per l’iPhone ma, secondo me, determinante sull’iPad, per il quale la tastiera virtuale si propone come un vero surrogato della tastiera tradizionale, permettendo una velocità di scrittura paragonabile a quella che si ottiene con i desktop e i laptop.
Le soluzioni adottate da Apple per rendere più pratico l’uso di questa virtualizzazione, come la visualizzazione del set di lettere accentate in una finestrella che si apre toccando la lettera base, non accentata, per un periodo più prolungato, o come la correzione automatica delle parole accentate quando vengono scritte, per brevità e rapidità d’uso, senza accento, hanno indotto gesti che si sono interiorizzati e vengono ormai eseguiti senza l’esitazione del periodo dell’apprendimento. Il problema è che questi gesti sono inesorabilmente associati all’uso di una tastiera, che sia essa fisica o virtuale, e il cervello li innesca in tutte le situazioni d’uso di questo strumento. Mi è capitato quindi, dopo un periodo prolungato di scrittura esclusiva sull’iPad, di tornare ad usare anche le tastiere tradizionali e di scrivere verbi al futuro indugiando sul tasto dell’ultima lettera in attesa che comparisse la finestrella con le lettere accentate. Quando poi mi sono accorto che sullo schermo era comparsa una cosa tipo… raggiungeraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, oppure tornerooooooooooooooooooooooooo, allora mi sono accorto che non stavo usando l’iPad e che le lettere accentate le dovevo cercare sulla parte destra della tastiera. Così come mi sono accorto che non mi era concesso di scrivere perche, senza accento, e vedermelo correggere automaticamente con l’accento giusto, quello acuto.
Per non parlare del fatto che quando scorro una pagina web sino in basso, per tornare in cima non posso fare click sulla barra del titolo come faccio con Safari sull’iPad…
Potenza della persuasione.

Ho scoperto aNobii

Luoghi come aNobii ce ne sono molti sul web. In passato ho cominciato a creare la mia libreria sui primi siti collaborativi che sono venuti fuori all’inizio del web 2.0 come LibraryThing. Il punto debole è sempre stato quello della nazionalità: quelli erano soprattutto americani o cmq con una biblioteca in lingua. Ho molti libri in lingua ma ovviamente questa limitazione era abbastanza frustrante anche per l’impossibilità di confrontarsi con i parametri di gusto e cultura europei. aNobii mi sembra il primo che stia prendendo davvero piede anche in Italia. E’ bello per questo; ha tutte le caratteristiche 2.0 di ordinanza e c’è gusto a perderci un po’ di tempo. Il ritorno sull’investimento di inserire pazientemente tutti i libri della propria biblioteca è proprio dato dalle mille possibilità di navigazione e di confronto che aiutano nella scoperta di nuove cose.
Segnalo la possibilità di aggiungere note private, utili a fermare le idee e le suggestioni che si generano durante la lettura.
ieri sera stavo cercando qualcosa di simile per il cinema. Sarebbe davvero interessante… Possibile che non ci sia?

Riflessioni su Facebook, blog e identità digitale

L’epidemia Facebook è ormai dilagante. Tralasciando e, per quanto mi riguarda, condannando i “cercatori di contatti” che fanno incetta di connessioni sui siti di social networking per il puro scopo di fungere da hub nel network ed aumentare la propria visibilità in modo esclusivamente virtuale, credo di non sbagliare nel dire che Facebook ha il pregio di rendere visibile, prima di tutto a se stessi e poi alla comunità, il peso che le relazioni interpersonali hanno nel proprio quotidiano.
In questo senso, la diffusione del proprio pensiero, il bisogno di comunicare le proprie idee agli altri, la necessità di confrontarsi su temi che animano la propria coscienza, bisogni e necessità che spesso trovano sfogo nella gestione di un blog personale, hanno in Facebook la platea ideale.
Se infatti un blog necessita di una attenta politica di diffusione perché sia efficace come strumento di diffuzione del proprio pensiero, politica che deve necessariamente guardare ad una corretta classificazione dei contenuti e ad una oculata pubblicazione di questi in contesto più ampi, Facebook fornisce, senza sforzi aggiuntivi, un “megafono direzionale” che punta ad una platea selezionata, quella delle persone a cui, più probabilmente, interessa veramente far conoscere il proprio pensiero.
Mi sono posto dunque questo interrogativo: è Facebook la piattaforma unificante per costruire la propria identità digitale? Ha ancora senso avere un blog dal momento che la medesima possibilità di pubblicazione è disponibile all’interno di questa piattaforma con il vantaggio che quanto si scrive raggiunge immediatamente la platea che ci interessa?
Certo un blog ben gestito ha potenzialmente la possibilità di raggiungere un più ampio uditorio ma quanti possono trarre realmente vantaggio da questa visibilità? Quanti possono fare di questa visibilità un amplificatore di conoscenza e di auto-promozione? Rispetto alla possibilità di raggiungere direttamente una platea selezionata forse questo vantaggio petenziale perde di importanza.
Ciononostante scrivo adesso questa riflessione sul mio blog che, come da molti anni ormai mi accade, riesco con moltissima fatica a tenere aggiornato. Un “riverbero” di questo post finirà anche sul mio profilo Facebook (se ho azzeccato tutte le impostazioni). Vediamo se qualcuno se ne accorgerà e avrà voglia di confrontarsi.
Qui o lì…