Come una corrente elettrica

«… Ma, ancor più della bellezza, era il suo fascino a colpirmi. Lo sentii in tutto il corpo. Come una corrente elettrica. A volte succede, per strada. Si incrocia lo sguardo di una donna e ci si volta con la speranza di incrociarlo di nuovo. Senza neanche chiedersi se quella donna è bella, com’è fatto il suo corpo, quanti anni ha. Solo per quello che passa attraverso lo sguardo, in quell’istante: un sogno, un’attesa, un desiderio. Tutta una vita possibile.»

“Chourmo – Il cuore di Marsiglia” – Jean-Claude Izzo

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Insopportabili [2]

Quelli che salgono in ascensore con te all’ora di pranzo e quando escono, invece di dire “buon appetito” o “buon pranzo” come ti aspetteresti, dicono “arrivederci!” e tu, che sei sovrappensiero, rispondi “grazie, altrettanto!”, e ti senti un cretino.

Insopportabili [1]

Quelli che parcheggiano senza rispettare le strisce per terra e riducono lo spazio vicino tanto da non poter più parcheggiare.

La coscienza del riuso

Ho dato un’occhiata a Treshr [via LifeHacker], uno dei mille servizi costruiti sulla piattaforma Google Maps. Si tratta di una semplice bacheca geo-localizzata dedicata a chi deve dismettere oggetti di qualunque tipo e crede nella prosecuzione della loro vita nelle mani di un altro padrone. E’ di per sé un incitamento al riuso, vero antidoto allo sconsiderato iper-consumismo dei nostri giorni, che poggia su una piattaforma tecnologica che lo rende di uso immediato perché legato visivamente al territorio. A New York, dove il servizio ha già preso piede, gli annunci pubblicati sono già in numero sufficiente a creare massa critica. Nelle città europee e specialmente in Italia, dove l’abitudine al riuso è pressoché inesistente, schiacciata come è da una inveterata cultura del nuovo ad ogni costo, un servizio di questo tipo potrebbe contribuire a modificare le abitudini di consumo. Voglio immaginare che la diffusione di strumenti di questo tipo presso chi pratica la sostenibilità nel quotidiano, specialmente nelle fasce più giovani della società cittadina già avvezze alla tecnologia, possa fungere da volano anche per chi adesso chiama il servizio smaltimento rifiuti ingombranti o lascia più semplicemente tutto per strada senza farsi tanti problemi. Un servizio simile come il Freecycle Network, basato su mailing list, è già diffuso nelle città italiane e anche nella mia. Occorrerebbe una maggiore spinta, magari con il semplice passaparola, perché queste iniziative possano entrare più agevolmente nel quotidiano di ciascuno di noi che, di fronte al problema contingente, spesso è portato a cercare la soluzione più a portata di mano, anche se socialmente meno responsabile.

Organizzarsi sulla nuvola

Ora ho tre diversi account per salvare i miei file in rete, “in the cloud”. Tutti gratuiti. L’ultimo, quello di Box.net, è particolarmente ghiotto: scaricando l’app per iPhone/iPad si ha diritto ad un account gratuito e 50Gb di spazio a vita. Già in possesso di un account Dropbox estendibile gratuitamente sino a 8Gb con il meccanismo degli inviti, e un account Memopal (tutto italiano), mi pongo ora il “problema” di come usarli al meglio. Memopal è perfetto per il backup. Si possono sincronizzare sul server più cartelle di diversi computer e mettere al sicuro da scherzi hardware le cose importanti. Dropbox è perfetto per rendere disponibili su tutti i propri dispositivi, fissi o portatili, i file su cui si sta lavorando. Mai più chiavette o CD per trasportare file da un PC all’altro, da casa al lavoro e viceversa. Questo meccanismo è fantastico anche per la condivisione dello stesso materiale tra più persone, condivisione peraltro possibile un po’ con tutti i servizi di backup in rete. Box.net è però leader per i sistemi collaborativi, e oltre allo spazio fornisce una serie di funzionalità adeguate al teamwork come annotazioni e commenti.
Dunque come suddividere? Le foto su Box.net che mi dà uno spazio più grande? Memopal come cassaforte? Dropbox per l’uso quotidiano e lo scambio di file?
Alla fine il timore è che degli stessi file si finisca per avere tante copie comunque, sui dischi di casa, interni ed esterni, ed ora anche in rete.
Ma come per tutte le cose tecnologiche penso sia solo una questione di tempo. Tra poco i nostri file saranno tutti in rete. Con buona pace di chi si preoccupa della riservatezza dei dati.
Ma del resto non ci sono ancora quelli che tengono i soldi sotto il mattone invece di metterli in banca?

A proposito, se volete un bonus di spazio (e volete farlo guadagnare a me) aprite il vostro account su Dropbox o su Memopal con la mia presentazione (Seguite i link. Mi sembra tanto “Mi manda Picone”).

Le c… in ascensore

Quando eravamo ragazzi era un passatempo goliardico molto in voga riempire di rappresentazioni del membro maschile i diari e i quaderni dei compagni “sfigati”, come prova di superiorità e al tempo stesso come manifesta derisione del malcapitato. Dalle mie parti si usa una parola diversa da quella che nel linguaggio comune è diventata un intercalare. Comincia sempre per C ma è di genere femminile.
Bene, le c… si vedono spesso tracciate sui muri, camuffate da facce fumettistiche di coniglio, come antica espressione di libertà che oggi, più frequentemente, trova sfogo nelle mille forme di graffiti, spesso di nessun valore grafico. Quando eravamo ragazzi, invece, disegnare c… era quasi un simbolo di emancipazione, il marchio del bullo, un segno di strafottenza.
Sto cercando da un po’ di tempo di capire quanto quel segno così caratteristico possa ancora avere il suo fascino trasgressivo, oggi che gli strumenti per l’affermazione dell’io gradasso e strafottente sono ben più ricchi e sofisticati. Ci penso da quando nell’ascensore di casa mia sono comparsi questi segni inequivocabili, prima uno piccolo sulle porte scorrevoli, poi un altro, ben più grande, inciso con una chiave su una delle pareti dell’abitacolo, poi, pochi giorni fa, l’ultimo, decisamente enorme, tracciato a penna accanto al precedente. Me lo sono chiesto sicuramente cercando di immaginare chi ne fosse l’autore, ma anche che cosa, nella sua mente, possa averlo spinto a questa prova “artistica”. Forse le risate che ha provocato il vantarsene con gli amici, forse il tentativo di affinare la tecnica di rappresentazione. Mi sono convinto però che quel segno sia comunque sempre una forma di comunicazione che ha un destinatario e che l’ascensore sia stato come la pagina di quaderno di quando andavamo a scuola. Quello che mi chiedo adesso è quanto questo “destinatario” sia in grado di controbattere alla provocazione e fare qualcosa per interrompere il flusso di messaggi, anche perché gli spazi comuni nel tragitto che conduce sino alla sua porta di casa, qualunque essa sia tra quelle del mio palazzo, rischiano di essere finemente decorati come le pareti dell’ascensore, in una teoria espositiva di c… degna del miglior museo di arte contemporanea. Forse si potrebbe indire un concorso e poi farla visitare a pagamento. Sarebbe una buona idea per incamerare un po’ di fondi e ridurre le quote condominiali.

I gesti dell’iPad

Uso l’iPad da un po’. Apple ha introdotto tante nuove metafore, senza parlare della strada tracciata nel design dei dispositivi, strada immediatamente battuta da tutti i concorrenti. Ma nell’approccio al dispositivo touch ha mostrato di saper superare le limitazioni del device introducendo stratagemmi geniali per raggiungere risultati che diversamente non si sarebbero potuti ottenere senza una perdita di immediatezza nell’uso del dispositivo. Il problema dello Screen Real Estate, lo spazio a disposizione per la rappresentazione delle informazioni, è ad esempio critico quando lo stesso schermo viene utilizzato come dispositivo di input oltre che di output, attraverso la rappresentazione virtuale di una tastiera. Molto più critico sicuramente per l’iPhone ma, secondo me, determinante sull’iPad, per il quale la tastiera virtuale si propone come un vero surrogato della tastiera tradizionale, permettendo una velocità di scrittura paragonabile a quella che si ottiene con i desktop e i laptop.
Le soluzioni adottate da Apple per rendere più pratico l’uso di questa virtualizzazione, come la visualizzazione del set di lettere accentate in una finestrella che si apre toccando la lettera base, non accentata, per un periodo più prolungato, o come la correzione automatica delle parole accentate quando vengono scritte, per brevità e rapidità d’uso, senza accento, hanno indotto gesti che si sono interiorizzati e vengono ormai eseguiti senza l’esitazione del periodo dell’apprendimento. Il problema è che questi gesti sono inesorabilmente associati all’uso di una tastiera, che sia essa fisica o virtuale, e il cervello li innesca in tutte le situazioni d’uso di questo strumento. Mi è capitato quindi, dopo un periodo prolungato di scrittura esclusiva sull’iPad, di tornare ad usare anche le tastiere tradizionali e di scrivere verbi al futuro indugiando sul tasto dell’ultima lettera in attesa che comparisse la finestrella con le lettere accentate. Quando poi mi sono accorto che sullo schermo era comparsa una cosa tipo… raggiungeraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, oppure tornerooooooooooooooooooooooooo, allora mi sono accorto che non stavo usando l’iPad e che le lettere accentate le dovevo cercare sulla parte destra della tastiera. Così come mi sono accorto che non mi era concesso di scrivere perche, senza accento, e vedermelo correggere automaticamente con l’accento giusto, quello acuto.
Per non parlare del fatto che quando scorro una pagina web sino in basso, per tornare in cima non posso fare click sulla barra del titolo come faccio con Safari sull’iPad…
Potenza della persuasione.