Isabella sola e sorridente

Lo spot di Yamamay con Isabella Ferrari firmato da Paolo Sorrentino ha suscitato numerose polemiche per quello che nelle intenzioni voleva essere e non è stato. L’attrice piacentina, scelta come rappresentazione iconica della donna “normale”, bellissima nella sua maturità, ha dichiarato di non aver accettato “ritocchi” digitali di alcun genere per tener fede al messaggio che la casa produttrice di intimo intendeva veicolare con lo spot: “la vicinanza con le donne vere“. Peccato che, come in molti hanno fanno notare in rete, il corpo di Isabella nello spot, almeno nella versione visibile su YouTube, appaia in alcune scene senza ombelico (oops), a testimonianza quantomeno di come oggi la pratica della chirurgia digitale sia ormai diventata un atto quasi meccanico e routinario tanto da ammettere certe “sviste”. E’ sicuramente un involontaria metafora dei nostri tempi, pieni di androidi ultraquarantenni, come commenta Massimo Mantellini, ma soprattutto la dimostrazione che quel distacco dalla realtà continua a perpetrarsi, come spiega in modo inoppugnabile Giovanna Cosenza. Ed è soprattutto questo che mi viene di osservare. Che a parte i ritocchi e l’atmosfera patinata che tutto ha fuorché la somiglianza con una scena di passione in una camera da letto di una donna “vera”, è il sapore che lascia in bocca tutta la scena ad essere amaro. Una Isabella Ferrari che ha già provveduto a trasformare il suo corpo con la chirurgia vera, rendendo vane in partenza le intenzioni dello sceneggiatore, non mostra mai, né con lo sguardo, né con i gesti, la passione che l’incontro lascerebbe immaginare. Il suo amante le è quasi estraneo e il suo sorriso ammiccante nel tragitto ripreso al rallentatore verso il comò, e che ripete poi di fronte allo specchio, è quasi espressione di un piacere solitario, del gusto della scena, in cui l’uomo dal fisico perfetto, molto più giovane di lei, ha allietato la sua noiosa esistenza per qualche notturna ora di piacere, patinata e pubblicitaria, nel senso più becero del termine. Quello che ho visto, questo sì specchio dei nostri tempi, è l’immagine di una donna sola e, cosa forse ancor più triste, di una donna che della propria solitudine e del modo anaffettivo e privo di profondità di viverla, si compiace. Chissà che sapore avrebbe avuto la stessa scena se il viso di Isabella, davanti allo specchio, fosse stato solcato da una lacrima. Certamente molto, molto più vero, ma tanto meno fintoreale come tutto il resto…

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Significante e significato

Leggo da Wikipedia:

“È ad esempio merito di Saussure l’aver definito il segno linguistico come l’unione di un significante e di un significato. (Da Wikipedia in lingua inglese) un es.Significante: Albero // Significato: l’immagine mentale di un albero.
Per significante si intende la produzione verbale, quell’insieme di suoni che hanno la proprietà, per coloro che parlano quella lingua, di richiamare un certo significato.
Più difficile definire il significato in quanto esso si correla al concetto, all’oggetto, al fenomeno, o ad altro che il significante indica.
Inoltre il significato di una parola dipende dal soggetto psicologico e dalla lingua stessa; l’oggetto non è un “in sé”, ma dipende dal soggetto che ne prende coscienza-conoscenza.
Il soggetto è condizionato dalle proprie strutture emotive e cognitive, la lingua è determinata dalle scelte del soggetto e della comunità a cui l’individuo appartiene e determina, per molti aspetti, l’organizzazione logica del mondo concettuale.”

Mi è capitato spesso di rendermi conto che quello che stavo dicendo non era perfettamente compreso da chi mi stava ascoltando, un po’ per il mio vezzo di usare costruzioni involute o di abusare con le metafore. Quando è successo ho cercato di accompagnare l’interlocutore nel percorso di attraversamento del territorio tra significante e significato, sino ad essere certo che quest’ultimo fosse chiaro.
Rifletto oggi sulla possibilità che in una conversazione, intesa nel senso più ampio come interscambio di esperienze mediato dal lessico, e dunque prolungata nel tempo di una lunga relazione interpersonale, le interpretazioni falsate possano inseguirsi amplificandosi, alimentandosi vicendevolmente in una catena infinita di letture falsate dei reali significati che “l’altro” cerca disperatamente di trasmettere.
E rifletto su come queste conversazioni, in realtà, conversazioni non lo siano proprio, ma siano bensì monologhi giustapposti in tempi e luoghi comuni, che mai si intersecano per costruire un discorso comune, sebbene, apparentemente, entrambi gli interlocutori abbiano la convinzione di aver attraversato assieme lo stesso territorio ed essere arrivati a destinazione.
E anche sul fatto che un vocabolario limitato, essenziale, veicoli il significato in modo molto più efficace che non utilizzando le mille sfaccettature della lingua, belle ed affascinanti sì, ma ricche di insidie, nel momento in cui, come significanti, rubano la scena a quello che vogliono davvero significare.