Un popolo di tifosi

Ho iniziato ieri la lettura de “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.
Solo una quarantina di pagine sinora ma già sufficienti a stimolare una riflessione.
L’ha provocata il racconto della catastrofica esperienza in un’officina di giovani ed incompetenti meccanici, rei di aver quasi demolito un motore cercando di aggiustarlo:

“[…]
Perché l’hanno martoriato in quel modo? E sì che non erano di quelli che scappano dalla tecnologia come John e Sylvia. Erano loro i tecnologi. Avevano imparato un mestiere e lo eseguivano come degli scimpanzé. Chissà perché si erano comportati in quel modo? Cercai di ricordare le ore passate con loro in quell’officina, quel posto da incubo, per vedere se riuscivo a trovare una spiegazione plausibile.
La radio era un indizio. Non ci si può concentrare veramente su quello che si sta facendo con la radio a tutto volume. Forse quei ragazzi non concepivano il loro lavoro come qualcosa che potesse implicare una certa concentrazione, ma solo come un gioco di chiavi inglesi. E con la musica gingillarsi con una chiave inglese è più divertente.
Un altro indizio era la loro velocità. Sbattevano le cose di qua e di là senza guardare dove. Si fanno più soldi, così – se non ci si ferma a pensare che sarebbe meglio metterci più tempo.
Ma l’indizio più significativo era la loro espressione. E’ difficile da spiegare. Un’aria bonacciona, amichevole, accomodante – e non coinvolta. Sembravano degli spettatori. Era come se fossero capitati lì per caso e qualcuno gli avesse messo in mano una chiave inglese. Non si identificavano per niente con il loro mestiere. Si capiva subito che alle cinque del pomeriggio avrebbero tagliato la corda senza più neanche un pensiero per il lavoro. Facevano già di tutto per non pensarci mentre lavoravano.”

Poi stamattina ho letto l’intervento di Saviano su Repubblica:

“[…]
Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato ha riconoscere il dolore altrui prima d’ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al “Conte Ugolino” che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l’unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell’essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant’Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
[…]
Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il “dolore” di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia.

E mi sono poi tornate alla memoria le parole del presidente Schifani l’altra sera quando si appellava al rispetto della memoria della “povera Eluana” per calmare gli animi dell’aula infuocata, con il tono della voce di chi è stato sempre a fianco di un proprio caro assediato e tormentato da una siffatta tragedia.

Ho accomunato questi brani attraverso alcune straordinarie parole chiave.
Pirsig dice “spettatori” per caratterizzare l’atteggiamento dei meccanici che avevano poca dedizione per il loro lavoro; “parteggiare” è quello che Saviano riconosce nell’atteggiamento di chi dovrebbe occuparsi del merito delle cose ed invece si schiera in maniera acritica ed incondizionata.
E’ una metafora fantastica della nostra società, precipitata nel baratro della superficialità e ormai incapace di riconoscere e distinguere le cose nel loro dettaglio, nella loro complessità. E’ la metafora della semplificazione che, invece di essere sinonimo di pragmatismo, di efficienza, diviene sinonimo di generalizzazione, di cialtroneria.
Assistiamo, se ci pensate, al progressivo scomparire del senso critico, dell’abitudine a guardare le cose in profondità, per la diversità e la complessità che riescono ad esprimere. Ad analizzare i fatti, ad ascoltare gli argomenti, a considerare il contesto in cui si inseriscono.
Siamo in balia del “comandamento” della semplificazione che ci porta, a tutti i livelli e su tutti gli argomenti, a dover necessariamente riconoscere due parti tra cui scegliere, la curva da cui urlare e i colori da esporre con i nostri striscioni.
Urliamo, ma alla domanda “Perché?” raramente sappiamo rispondere con cognizione di causa che, nella lingua italiana, vuol dire parlare, agire, solo dopo essere certi di sapere di cosa si sta parlando. Quello che oggi siamo indotti a fare è schierarsi. Come spettatori; peggio, come tifosi. In tutti i contesti e su tutti gli argomenti. Fin quando il conduttore di turno dirà “stop al televoto”.

Questo è il credo. Ci sono solo due colori, due schieramenti, due partiti.
E da due ad uno il passo è brevissimo.

Ho scoperto aNobii

Luoghi come aNobii ce ne sono molti sul web. In passato ho cominciato a creare la mia libreria sui primi siti collaborativi che sono venuti fuori all’inizio del web 2.0 come LibraryThing. Il punto debole è sempre stato quello della nazionalità: quelli erano soprattutto americani o cmq con una biblioteca in lingua. Ho molti libri in lingua ma ovviamente questa limitazione era abbastanza frustrante anche per l’impossibilità di confrontarsi con i parametri di gusto e cultura europei. aNobii mi sembra il primo che stia prendendo davvero piede anche in Italia. E’ bello per questo; ha tutte le caratteristiche 2.0 di ordinanza e c’è gusto a perderci un po’ di tempo. Il ritorno sull’investimento di inserire pazientemente tutti i libri della propria biblioteca è proprio dato dalle mille possibilità di navigazione e di confronto che aiutano nella scoperta di nuove cose.
Segnalo la possibilità di aggiungere note private, utili a fermare le idee e le suggestioni che si generano durante la lettura.
ieri sera stavo cercando qualcosa di simile per il cinema. Sarebbe davvero interessante… Possibile che non ci sia?