La coscienza del riuso

Ho dato un’occhiata a Treshr [via LifeHacker], uno dei mille servizi costruiti sulla piattaforma Google Maps. Si tratta di una semplice bacheca geo-localizzata dedicata a chi deve dismettere oggetti di qualunque tipo e crede nella prosecuzione della loro vita nelle mani di un altro padrone. E’ di per sé un incitamento al riuso, vero antidoto allo sconsiderato iper-consumismo dei nostri giorni, che poggia su una piattaforma tecnologica che lo rende di uso immediato perché legato visivamente al territorio. A New York, dove il servizio ha già preso piede, gli annunci pubblicati sono già in numero sufficiente a creare massa critica. Nelle città europee e specialmente in Italia, dove l’abitudine al riuso è pressoché inesistente, schiacciata come è da una inveterata cultura del nuovo ad ogni costo, un servizio di questo tipo potrebbe contribuire a modificare le abitudini di consumo. Voglio immaginare che la diffusione di strumenti di questo tipo presso chi pratica la sostenibilità nel quotidiano, specialmente nelle fasce più giovani della società cittadina già avvezze alla tecnologia, possa fungere da volano anche per chi adesso chiama il servizio smaltimento rifiuti ingombranti o lascia più semplicemente tutto per strada senza farsi tanti problemi. Un servizio simile come il Freecycle Network, basato su mailing list, è già diffuso nelle città italiane e anche nella mia. Occorrerebbe una maggiore spinta, magari con il semplice passaparola, perché queste iniziative possano entrare più agevolmente nel quotidiano di ciascuno di noi che, di fronte al problema contingente, spesso è portato a cercare la soluzione più a portata di mano, anche se socialmente meno responsabile.

Il colmo per…

Ricordate quando da bambini si imparavano tutti i “colmi”? “Il colmo per un falegname? Portare a teatro la moglie scollata!”
Quello che mi è successo l’altra mattina mi ha ricordato una di quelle freddure. Lotto da anni per sensibilizzare chi mi circonda ad una più oculata e responsabile gestione dei rifiuti e aspetto con ansia un salto di qualità della mia città in tal senso. Forse questo mio sentirmi paladino mi ha giocato un ironico scherzo e per la prima volta sono stato multato da un agente della Polizia Municipale in borghese per aver buttato il mio sacchetto della spazzatura fuori dall’orario consentito di conferimento.
2 Aprile, metà mattina. Sono in procinto di partire in aereo per Lisbona e scendo di casa con il mio sacchetto della plastica, che deposito nel contenitore della differenziata, ed un piccolo sacchetto di indifferenziata che butto nel cassonetto. Mi si avvicina un signore che presenta il suo tesserino e mi dice “Non ha notato che c’è un orario di conferimento?”
L’orario è cambiato il 1 Aprile per adeguarsi alla stagione estiva e la fascia oraria consentita parte dalle 18:30. Io gli dico “Guardi, sta multando un cittadino estremamente responsabile, che fa la raccolta differenziata e che ne vorrebbe di più e di migliore. Ho buttato il mio sacchetto adesso perché sono in partenza e non tornerò prima di tre giorni”.
“Mi dispiace signore, lo so, l’ho vista buttare la plastica, ma non posso, per correttezza verso quel signore a cui ho contestato la stessa infrazione, fare un’eccezione per lei”. Mi chiede un documento, compila un verbale copiando le formule appropriate da un foglio dove le ha già preparate assieme ad una sorta di istruzioni per la compilazione, mi indica il C/C su cui devo versare entro 60 gg. ben 50€ e, scusandosi, mi saluta.
Torno verso casa e nell’altro cassonetto distante una cinquantina di metri, una signora sta buttando in grosso sacco nero, di quelli dei bidoni che ci sono in alcuni luoghi di ristorazione pubblica, pieno pieno di chissà cosa. Naturalmente non vista e non sanzionata.
Questo episodio mi ha fatto riflettere sulle logiche del controllo e sul significato dell’applicazione delle norme.
Intendiamoci. Il verbale dei Vigili nei miei confronti è assolutamente legittimo ed inoppugnabile, sebbene il 2 Aprile, a Bari, ci siano ancora temperature quasi invernali, pur nei limiti di una regione meridionale e, forse, insistere sul rispetto di una fascia oraria decisamente estiva può sembrare eccessivo.
Ma non è questo che mi ha fatto riflettere. E’ piuttosto la logica del Carabiniere (mi perdonino i sostenitori dell’Arma), quella del rispetto delle norme fine a se stesso, della giustificazione del ruolo attraverso l’applicazione acritica ed assolutamente sterile della norma scritta.
Quale conseguenza educativa può aver avuto questo controllo così occasionale (mai visti Vigili impegnati in questa mansione durante il resto dell’anno), fatto il giorno dopo l’entrata in vigore di un nuovo orario di conferimento? Assolutamente nessuno, né per me che non ne avrei comunque bisogno, né per il mio coinquilino fermato assieme a me che si comporta sicuramente come tanti altri concittadini poco sensibili a questa ed altre tematiche ambientali.
Questo atto amministrativo ha come unica logica quella di giustificare l’esistenza della norma, non quella di inferire da questa un efficace sistema di controllo.
Nella società italiana, al burocratico proliferare di norme e di innumerevoli livelli amministrativi di applicazione di queste si affianca l’incapacità di concepire un sistema di controllo che le giustifichi e consenta di godere dei benefici. L’atto amministrativo serve non già ad educare il cittadino al rispetto della norma, giacché la sporadicità di tale azione ne rende ampiamente ininfluente l’impatto, bensì a contribuire solo ad alimentare il borbonico apparato e le persone che lo pongono in essere.
La notizia che il vicesindaco Martinelli, colui al quale si deve la definizione di «tolleranza mista» (un poco zero e un poco assoluta) verso gli automobilisti indisciplinati, sia stato colto in flagrante parcheggiare la sua Smart in uno spazio riservato alle due ruote, fai il paio con l’episodio che ho raccontato: tolleranza mista uguale cecità, ancora cecità. Sicuramente una cronica incapacità di comunicare, di educare, di costruire una società civile più adatta a questo tempo.
Ho chiesto al diligente pubblico ufficiale mentre mi multava l’altra mattina “Mi aspettavo l’inizio della raccolta differenziata porta a porta nel mio quartiere dal mese di Febbraio, come era stato annunciato. Come mai nulla è ancora successo?” “Ho sentito dire”, mi ha risposto, stupendomi per la sua preparazione e il livello di informazione dimostrato, “che inizierà a Maggio”.
Voglio credere, non so se candidamente o solo ottimisticamente, che i miei 50€ vadano a contribuire alla riuscita di questa iniziativa che dovrebbe essere già routine nella situazione di emergenza in cui ci troviamoe che invece viene ancora considerata, alle nostre latitudini, “sperimentale”.

Cecità

Lina Wertmüller si prepara a girare un documentario sull’emergenza rifiuti a Napoli. Ne parla su L’espresso della scorsa settimana (Spazzatura Ciak, L’espresso, 6 marzo 2008, pag.79) cercando di considerare in primo luogo “il danno d’immagine” provocato dai media, colpevoli di aver creato alla città un danno “più grave di quello fatto dai rifiuti da soli”. Strana posizione questa, specie considerando come questa emergenza abbia portato finalmente alla ribalta decenni di sconsiderata e colpevole connivenza delle amministrazioni nelle diaboliche storture del ciclo di mal-trattamento dei rifiuti.
La cosa che però più mi ha fatto riflettere, e che rappresenta secondo me in pieno quale grande sforzo sia necessario per sovvertire la perversa logica del profitto e della crescita a tutti i costi, è la seguente affermazione della Wertmüller che riporto testualmente:

“Se compri una pillola, ti devi beccare una confezione che ha un volume in carta, cartone, plastica 20 volte più grande del suo. Accade per ogni merce. Una strada senza ritorno, quella della immensa quantità di contenitori in giro per il mondo. Ma se sparissero le confezioni, ci sono i calcoli di quanta gente resterebbe senza lavoro. Imprese di imballaggio: in Lombardia 464, nel Veneto 173, in Piemonte 140, in Emilia 158, in Toscana 106, in Campania 119…”

E’ davvero un punto di vista sbalorditivo. Da un lato cosciente di come il sistema stia ingoiando se stesso e di quanto le sovrastrutture che alimentano la logica del profitto (confezioni, pubblicità, bisogni indotti, inutile trasporto di merci) stiano relegando i contenuti, i beni, a corollario, a particolare irrilevante, specie se indistinguibile, dopo aver buttato le scatole, ciascuno da un altro equivalente. Dall’altro cieco di fronte a come la logica del consumo alimenti cicli di produzione che hanno ragion d’essere esclusivamente per sacrificare sempre più agnelli all’altare del dio PIL.
Quando si trattò di passare all’automobile nessuno si preoccupò di quanti cocchieri persero il lavoro. Quello però era progresso, mentre il convertirsi a soluzioni a zero impatto ambientale, il cambio di paradigma verso una logica di valorizzazione dei beni piuttosto che delle merci è invece tornare al Medioevo…
Cecità.

Non solo buste di plastica

Poli-accoppiati - Busta di caffè sottovuoto Poli-accoppiati - Busta di verdure surgelate

In tema di riciclaggio rifiuti la conoscenza dei materiali è determinante per educare il cittadino alla differenziazione. Ci sono imballaggi cui ormai nessuno fa più caso e che risultano ad oggi indifferenziabili per via della loro costituzione eterogenea. Le buste di caffè sottovuoto o quelle delle verdure surgelate non hanno alcuna indicazione circa la natura dei materiali impiegati per l’imballaggio.
Finiscono inesorabilmente nella spazzatura.
Credo che il legislatore dovrebbe cominciare a prendere in considerazione due fattori:
1. Informazione: una corretta classificazione dei materiali impiegati per l’imballaggio dovrebbe essere resa obbligatoria, assieme ad una più chiara simbologia che indichi la destinazione di questi materiali dopo l’uso.
2. Disincentivazione: imballaggi costituiti da materiali non riciclabili dovrebbero essere disincentivati allo scopo di indirizzare il consumatore verso un uso più responsabile dei materiali e di stimolare le aziende all’uso di materiali alternativi e di imballaggi completamente riutilizzabili.

Rifiuti e ri-educazione ambientale

In questi giorni di grande emergenza rifiuti in territori ancora lontani anni luce da pratiche ormai improrogabili di gestione intelligente dei materiali di scarto, continuo a riflettere su quale leva usare in modo efficace per ri-educare il cittadino quotidianamente programmato dai media per alimentare il bisogno di consumo.
Le tasche sempre più vuote sono una leva valida, senz’altro, sebbene gli ormai frequenti messaggi pro-risparmio energetico puntino ancora un po’ troppo verso i benefici diretti sulla salvaguardia dell’ambiente e molto meno, a mio parere, su quelli indiretti legati al bilancio familiare.
La crescita dei prezzi dei beni di prima necessità come pane, pasta e latte potrebbe essere sfruttata proficuamente a questo scopo.
Il latte ad esempio. Oggi, di ritorno dal lavoro, mi sono fermato in una piccola salumeria del quartiere per comprare il latte fresco. I soliti due litri, uno intero, l’altro parzialmente scremato. Da parecchio tempo cerco di evitare di farmi irretire dalle raccolte punti di alcuni marchi nazionali e di privilegiare le produzioni locali. Ho messo sul bancone due bottiglie in PET di un prodotto regionale e ho chiesto a Gaetano, il salumiere, di farmi il conto. “Tre euro esatti”, mi ha detto, “è l’unica marca che non ha aumentato i prezzi. Quegli altri in un anno hanno aumentato tre volte!”.
“Dobbiamo premiare le produzioni locali”, ho detto io, e lui ha chiosato “chissà che finalmente la gente capisca che bisogna dare i soldi alle aziende del territorio!”. In quel momento ho pensato a tante cose.
Ho pensato a come il cittadino fornitore al dettaglio possa fare squadra con il cittadino consumatore per privilegiare il consumo di prodotti locali, incentivando le filiere corte, specie quando questi prodotti sono più a buon mercato, magari anche sfruttando strumentalmente un sano campanilismo.
Ho pensato come la stessa squadra possa privilegiare quei prodotti che minimizzano l’impatto sul nostro ambiente dei materiali di scarto, scegliendo ad esempio, per il latte, le aziende che non usano contenitori in materiali poli-accoppiati, difficili se non impossibili da smaltire in maniera differenziata.
Ho pensato come i fornitori al dettaglio possano educare i cittadini a ridurre i prodotti di scarto, non vendendo imballi per prodotti alimentari che devono essere consumati nel giro di poche ore.
Ho pensato anche come non sia ancora entrato nel flusso della comunicazione di massa di stampo ambientalista un messaggio più aggressivo che leghi il risparmio energetico a tanti gesti quotidiani, come la minore produzione di materiale di scarto, e non solo a quelli che guardano alla bolletta dell’energia elettrica, cercando di educare il cittadino ad un miglior utilizzo delle risorse.
Ma siamo lontani.

Il cittadino si sta facendo più ambientalista; non vuole gli inceneritori, o termovalorizzatori che dir si voglia, perché ne teme l’impatto, ma non ha ancora compreso come possa incidere pesantemente sulla riduzione della massa di rifiuti da smaltire modificando gradatamente i suoi comportamenti quotidiani. La comunicazione istituzionale ancora non è in grado di veicolare un messaggio di questo tipo perché potrebbe essere dirompente per un sistema basato sui consumi e sulla differenziazione dei beni attraverso componenti esogene come gli imballaggi. Su questo tema molto deve fare una ostinata e capillare comunicazione dal basso.