La paura dei buoni e dei cattivi

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Tanto si è detto sul nuovo film di Virzì, “Il capitale umano”. Si è detto del degrado dei costumi, del cinismo, della frase della Bruni Tedeschi davanti allo specchio, verso la fine del film. È facile anche analizzare i personaggi tagliando con l’accetta: i buoni e i cattivi. Ed è altrettanto facile dire, d’impatto che in questo film, che fotografa così bene quella parte della società che naviga con la bussola del profitto trascurando spesso quella dell’etica, i buoni, secondo quella stessa logica, perdono inesorabilmente. Perdono perché non riescono a far girare forzosamente quella bussola in modo da indurre quel mondo che così poco condividono ad andare anche un po’ nella loro direzione. Oppure perché non riescono a scendere alla fermata prima e sono costretti rimanere sul treno in corsa che si sta inesorabilmente schiantando. Oppure ancora perché si accorgono di aver creduto in qualcosa che era solo una prova d’attore, riuscita neanche tanto bene.
È facile dire chi è buono e chi è cattivo, almeno all’apparenza, e seguire i turbamenti di ciascuno nella triplice narrazione dello stesso episodio.
Credo però che la protagonista vera di questo film sia una sola: la paura. La paura di chi non ha saputo misurare il rischio, la paura di chi ha cavalcato il proprio spavaldo e dissennato sogno sino a vederlo dissolversi come una bolla di sapone, la paura di chi si accorge di vivere quotidianamente un’iperbolica vita di teatro, la paura di chi scopre come il proprio amore e la propria integrità possano essere brutalmente calpestati da episodi, la paura di chi, già calpestato dagli episodi, si sente improvvisamente sprofondare nella melma, la paura di chi, soffocato dal mondo che lo ha formato, sente l’incubo dell’insuccesso e della riprovazione, la paura di chi pian piano inquadra i contorni di una scelta di vita probabilmente sbagliata.
La paura dei buoni e dei cattivi, una paura che tutto livella, tutto uniforma sotto il peso della debolezza umana, della incapacità di dominare gli eventi sino in fondo. È un sentimento sordo, quello della paura del nostro tempo e delle nostre latitudini. Non è legata ai bisogni primari, non è fame, non è guerra che la provoca. È la paura della scena, la paura di non poter reggere il confronto con il pubblico, o quella di non poter recitare il proprio copione, o quella di essere accolti con una fragorosa risata.
“Il capitale umano” fotografa la paura di oggi, la paura di portare il proprio io interiore a confrontarsi con quello apparente.
Una paura vinta solo dal coraggio di guardare dritto avanti a sé, superando il guscio impenetrabile che l’angoscia ci costruisce attorno e credendo fino in fondo che esiste da qualche parte un sogno da vivere.

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